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| Non c’e’ stata cosa piu` semplice del realizzare l’incontro con Fabio Treves nella sua Milano. E` un anno speciale questo per il Puma di Lambrate: non solo festeggia i suoi primi 60 anni, ma questo coincide con i 35 anni della Treves Blues Band, celebrati alla grande il 21 Novembre al Bloom di Mezzago (MI) con un concerto super esaurito, “…che soddisfazione! In un locale che puo` contenere al massimo 400 persone, ne saranno passate piu` di 1000 e molti purtroppo non sono riusciti ad entrare” sottolinea con orgoglio e con le emozioni della serata ancora troppo fresche per essere raccontate. Ci siamo dati appuntamento in una giornata di sole all’ora di pranzo alla pasticceria S.Gregorio, lungo il viale Buenos Aires. Arrivo con qualche minuto di ritardo e vedo il suo volto sbucare quasi di nascosto dalla saletta in cerca del sottoscritto. Ci siamo seduti e fin dall’inizio ho capito subito che non c’entrava niente fare un’intervista canonica con domande e risposte, ma era molto meglio lasciare spazio all’improvvisazione e lasciare che il filo conduttore fossero la voglia di raccontare di Fabio e la mia curiosita` di sapere. “Mio padre era un appassionato di Blues, Jazz e tutta quella musica mi entro` dentro fin da piccolo e quando dopo alcuni anni venne il momento di scegliere, la riconobbi subito, era qualcosa che mi apparteneva profondamente. Ai tempi del liceo ero una sorta di mosca bianca fra i miei compagni, ma per me era tutto naturale, tutto aveva un senso. Cosi prendevo la macchina e andavo da solo in Olanda ad ascoltare John Mayall, Pink Floyd, Canned Heat oppure a comprare l’ultimo album dei Cream in Germania, perche` in Italia quasi nessuno ascoltava questa roba e nei negozi non si trovava tanto facilmente”. A questo punto mi viene spontaneo di domandargli se avesse mai pensato di trasferirsi in altri Paesi dove c’erano piu` possibilita` per i musicisti Blues. La risposta non si fa attendere “Eccome se ci ho pensato, ma non mi sembrava giusto verso me stesso. Sono testardo e volevo riuscirci in Italia. Dopo alcune esperienze fra cui il Cantagiro del `72 e una partecipazione al Festival di Sanremo del `73 come corista di Fausto Leali, nel `74 mi sono chiesto cosa c’entrassi io con la musica leggera italiana. Non mi interessava ne` fare il cantautore politicamente impegnato, ne` battere la strada del rock-progressive di quegli anni. Io volevo suonare il Blues, avere la mia band e questa testardaggine mi e` costata tanta fatica, addirittura ho cambiato piu` di 100 musicisti negli anni. Qualcuno voleva fare jazz, altri volevano scegliere i brani, altri ancora non potevano tornare tardi la sera, insomma, una Via Crucis. La TrevesBluesBand di oggi si diverte a suonare insieme, c’e’ armonia fra di noi, la gente lo capisce e per questo ci segue con entusiasmo”.
Gli domando – “Trovi qusta determinazione e testardaggine anche nei giovani musicisti che ti chiedono consigli?”. “Si e no. Alcuni capiscono e cerco di guidarli, altri pensano alle agenzie, ai cachet, alle label prima ancora di essere entrati a registrare un album. Poi si lamentano che i gestori dei locali li pagano poco oppure gli chiedono quanta gente possono portare. Lamentarsi non serve a nulla, Blues significa DARE prima ancora di ricevere. Dovrebbero essere grati di aver uno spazio a disposizione, di avere strumenti di prima qualita`, gente come Muddy Waters, John Lee Hooker suonavano gratis pur di farsi conoscere. Sonny Boy Williamson aveva un’armonica con alcuni fori che non funzionavano. BB King lavorava 12 ore al giorno nei campi di cotone per potersi comprare una chitarra di seconda mano con corde a due centimetri dal manico”. La conversazione si sposta poi sui ricordi, i grandi incontri, gli aneddoti e qui non c’e’ veramente fine: si passa da Chuck Levell che passava dai tour con i Rolling Stones a suonare con il Puma con una semplicita` e senso dell’amicizia straordinari. Poi, Buddy Guy, Frank Zappa, Little Steven (che chiama Treves per invitarlo a prendere un gelato in centro a Milano con Bruce Sprinsteen prima del concerto di San Siro, purtroppo il Puma era a suonare a Monza), e ancora John Mayall, Jono Manson, Steve Ray Vaughan, Johnny Shines (dopo ore di monologo sulle sue storie in Mississipi, Fabio gli chiede ma chi fosse questo Bob che Johnny cita a ripetizione. La risposta e` terrificante: come non lo sai? Io ho viaggiato con Robert Johnson su e giu` per il Mississipi). A questo punto mi viene di fargli una domanda che ho in testa dal momento che ci accordammo di fare questa intervista: “Perche` la generazione di musicista degli anni 60 che Treves ha conosciuto, cosi piena di talento, vedi Clapton, Bloomfield, Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix e molti altri si rivelarono come uomini emotivamente fragili fino per alcuni a tragiche conseguenze?”. Anche in questo caso la risposta va subito al punto: “Gli anni 60 per un certo verso travolsero questi ragazzi giovanissimi. Molti di loro venivano da piccole realta` di campagna ed improvvisamente si ritrovarono nel bel mezzo di una rivoluzione sociale, l’America di quegli anni era un fermento continuo. Metti un ragazzo di 20/25 anni fra droghe di ogni tipo che all’epoca non si conoscevano fino in fondo, donne, soldi, tour infiniti, successo, serate passate a suonare con i propri idoli, sfido chiunque a non perdere la testa. In pochi, Frank Zappa era fra questi, capirono che la droga poteva distruggere la propria arte. Anche se poi anche lui era dipendente dalla nicotina”. Qui si inserisce un discorso molto caro a Treves, il rispetto per noi stessi e l’ambiente che ci circonda: “Perche` abusare di alcol, droghe con il rischio di fare del male a noi e agli altri?”. “Fabio, cosa e` per te vivere il Blues?”. “Blues significa caricare gli strumenti sul furgone, incontrare persone, comunicare emozioni, dare una parola di conforto a chi ti ascolta, suonare ovunque c’e’ bisogno di te, prigioni, ospedali, scuole ecc. La regola numero uno non solo nel Blues, ma anche nella vita e` prima dare agli altri se si vuole ricevere. Io vorrei essere ricordato dalla gente per quello che ho dato al Blues e alle persone”. Ormai un fiume in piena, adesso e` lui che mi fa le domande: “Lo sai perche` ancora oggi si ascolta Muddy Waters e Jimi Hendrix? Perche` hanno dato emozioni, perche` in fondo nessuno di questi e` morto miliardario. Gente come Steve Ray Vaughan, Mike Bloomfield, Zappa li ricordo come persone semplici e generose, gente che ci teneva all’amicizia, potrei citarti Sting, Joan Baez, John Mayall e tanti altri. Il pranzo e` terminato e anche la nostra
chiacchierata e` arrivata al termine. Una foto ricordo, battute con i
gestori della pasticceria e ci avviamo lentamente verso P.zza Loreto dove
ci diamo appuntamento in qualche Blues Festival estivo. Un abbraccio e
il Puma lo vedo mescolarsi alla sua gente, cosi` come piace a lui.
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