· Quando e come nascono
gli Hotel La Salle come band?
Gli HLS nascono dopo una prima lunga e fondamentale esperienza tra il
‘90-91 a New Orleans e nel sud degli States, che precedette di poco
l’ abbandono del mio ruolo di bassista per Macbende blues band (nata
nel 1986 per passare qualche serata o pomeriggio in compagnia e che
nel giro di pochi mesi iniziò a girare l’Italia e non solo in
ogni dove, alla media di 120/130 concerti all’anno), gruppo che molti
ancora si ricordano per l’essere stata un accolita di anarchici capaci
di avere un sound unico e profondamente blues al tempo stesso, gruppo
con il quale abbiamo accompagnato varie eminenze del blues tra cui ricordo
con piacere Carey Bell, Carl Darwin, Walter Liniger…e supporter per
altri personaggi illuminanti (tra tutti Gatemouth Brown). Tornato da
Nola, di lì a poco lasciata la band per subentrate “divergenze”
sull’interpretazione del pensiero anarchico, passato un altro anno tra
alcuni progetti volutamente “a termine", ho incominciato a guardarmi
intorno con la voglia di far nascere un’altra band dove poter riportare
tutto quello che di blues, europa, caraibi e america avevo respirato
in quel primo viaggio negli States.
Dopo aver ascoltato per 5 minuti in una jam Oscar (Bauer), riesco tramite
un amico a trovare il numero di telefono (era arrivato da pochissimo
da Napoli) ; ci diamo appuntamento alle 14 di un pomeriggio di inizio
Settembre 1993 al bar del Dopolavoro Piaggio; usciamo (cioè ci
allontanano garbatamente) intorno alle 20 completamente ubriachi ed
esaltati. Avevo trovato un chitarrista diverso e di gran talento oltre
che un amico vero, ma all’epoca non potevo ancora saperlo. Nel giro
di una settimana era pronta la prima line-up della band. A Dicembre
93 eravamo già in tour!. Il nome fu scelto di comune accordo
quello dell’hotel dove passai la mia prima notte (e molte altre) a New
Orleans, anche perché suonava bene, morbido e con quel giusto
richiamo alla cultura europea di cui facciamo orgogliosamente parte,
e poi, diciamocelo il francese fa molto chic!
La line-up ha subito alcuni mutamenti nel tempo e soprattutto colla
maturazione artistica e con le centinaia di notti insonni e le migliaia
di chilometri. Da un po’ di anni, oltre a me ed Oscar vede Alberto “Capello”
Mattolini (grande batterista, vecchio compagno dai tempi di Macbende)
Mimmo “Wild” Mollica (altro amico di vecchia data, armonicista che non
ha certo bisogno di presentazioni)
· Quali sono gli artisti
a cui vi sentite artisticamente piu` vicino?
La cultura di chi fa blues, rhythm’nblues, rock blues, soul, swing,
jazz, etc non dovrebbe, e secondo me non può, prescindere dai
caposaldi del genere, ma sarebbe stupido che anche noi come fanno molti
in Italia, in Europa e in America stessa volessimo scimmiottare Elmore
James o Muddy Waters. Sono già lì nel nostro dna, nella
cultura, nella sensibilità artistica, nella conoscenza tecnica,
sono le fondamenta sulle quali posano tutte le nostre sovrastutture,
sono la radice dura, cruda e indiscutibile, ma non chiedeteci di suonare
“dust my broom” o “milk cow blues” solo perché in platea si trova
qualche ottuso giornalista o “the strumble” perché la gente ce
l’ha nell’orecchio. Perciò nel nostro vasto repertorio trova
spazio James Booker accanto a Sonny Landreth, Booba Barnes accanto a
Sonny Rollins (!), i traditionals di New Orleans accanto a Lyle Llovet,
e poi Chuck Berry, Fats Domino, Dr John accanto a Ry Cooder, Danny Gatton
accanto a Billy Branch, oltre ai nostri numerosi originali.
Ora il problema è come si propongono certi accostamenti azzardati?
Cercando un mix di stili che sia il “proprio” stile, che per alcuni
singoli aspetti potrebbe anche essere paragonato di volta in volta ai
Subdudes, ai Meters, ai Neville Brothers, alle negro/indian Tribes,
a Zachary Richard, Willie De Ville, …etc; tant’è vero che i brani
di questi ultimi non sono attualmente nelle nostre scalette. Insomma
40% di Blues, 20 di Funk e il restante 40 tra Rock, Country, Jazz, Soul…Un
po’ d’America, un po’ d’Europa, un po’ di Caraibi e Africa e parecchio
di noi stessi.
· Cosa cercate di comunicare
alla gente che viene a vederti nei concerti?
Suonare è un atto liberatorio, in primo luogo per chi lo fa,
”; ma è certo che la scelta di continuare a viaggiare e suonare
dal vivo per così lungo tempo lo si deve sicuramente al pubblico,
al rapporto conflittuale con esso, al fatto che se ne riceve a volte
grande depressione e a volte immenso giovamento.
Dopo tanti anni è maturato il nostro rapporto con il pubblico
in generale, non solo perché con tanta fatica è aumentato
il numero dei nostri estimatori, ma anche perché abbiamo capito
che ci sono varie chiavi di lettura e diversi obbiettivi: uno è
quello che ti fa cercare di far divertire le persone che hai davanti,
e di farle ballare, sì perché anche il ballo è
un momento catartico e primitivo, innato nell’uomo come la musica, una
vera valvola di sfogo; l’altro obbiettivo altrettanto difficile, è
quello di comunicare lo spessore musicale e culturale di quello che
stai facendo e di condividere col pubblico il tuo anticonformismo, la
tua indipendenza di pensiero, e la sincerità che spesso (non
sempre) riesci ad avere quando suoni. In parole povere, suonare è
un momento di “spettacolare egoismo e incontenibile generosità”
, perciò è facile che si goda da entrambe le parti!