Venerdì 17 dicembre
1993 a 44 anni moriva a San Francisco, tra le braccia di sua madre,
Cooper Terry, l’unico Bluesman Afro-Americano vissuto per 20 anni in
Italia che portò ed insegnò il vero blues nel nostro paese.
Per me fu uno dei più grandi dolori della mia vita, in un solo
momento persi il fratello, l’amico e il maestro con cui condivisi gran
parte della mia esistenza, umana e musicale.
In molte occasioni si
era pensato di commemorare il suo ricordo, ma con pochi risultati. Solo
Ermanno Costa organizzò tre anni fa una rassegna ad Imola in
suo onore, invitando molti artisti che l’avevano conosciuto e tra gli
altri anche noi con Aida e la Band.
Poi qualche mese fa parlando con i fratelli Limido ci è venuta
l’idea di formare un gruppo con Marco Limido alla chitarra ed io al
basso, fondatori della “Nite Life”; con Pablo Leoni, alla batteria,
che da dieci anni collabora con me e la nuova “Nite Life” dimostrando
di avere tutti i numeri per sostituire Davide Ravioli e Stefano Re.
Senza dubbio il compito più difficile è stato quello di
Franco Limido, nella parte di Cooper, cantante ed armonicista. Non è
stato un caso questa scelta, ma una ponderata decisione, non solo perché
Franco oggi è uno dei migliori cantanti bluesmen ed armonicisti
di Blues che ci sono in Europa, visti i risultati raggiunti con Marco
e la loro Band “Family Style” a livello europeo, ma anche perché,
essendo cresciuto con noi e vedendoci spesso suonare in uno dei migliori
periodi della Nite Life con Cooper, ha imparato tantissimo, ma soprattutto
perché Cooper fu il suo mentore e primo maestro nello studio
dell’armonica.
Quindi, d’accordo con
Pablo, abbiamo deciso di fare il concerto il 29 gennaio 2009 nel suo
locale, “Amigdala Theatre” in Via Lombardia, 3 a Trezzo sull’Adda (Mi);
un bellissimo posto e uno dei pochi in Italia costruito ed attrezzato
proprio per la musica dal vivo, con un grande palco ed un ottimo impianto
e, per ora unico, con una nuovissima e sofisticata tecnologia informatica
per la visione multimediale delle immagini e dei filmati sulle pareti
del locale, che conferisce allo spettacolo un aspetto particolare e
coinvolgente anche visivamente. Si è quindi deciso di creare
un progetto chiamato appunto “Tributo a Cooper Terry” nel quale si sarebbero
suonati i brani degli ultimi due Cd “ Stormy Desert” e “Tribute to the
Blues” prodotti da Lillo Rogati per la “S.A.A.R. Records” nei primi
anni novanta e non più eseguiti dalla morte di Cooper, quindici
anni fa.
La sera del concerto
l’emozione era tanta, anche per me nonostante gli anni di esperienza;
non sapevamo quanta gente sarebbe venuta, e soprattutto chi ancora ricordava
Cooper e sarebbe intervenuto a rendergli omaggio.
Con nostra grande gioia verso le dieci il locale era strapieno, non
c’erano solo gli amici di sempre, molti dei quali non vedevamo da tanti
anni, ma c’era anche tutta la “Blue Phantom Band” il primo gruppo di
Cooper con: Graziano Tedeschi alla batteria, Sergio Fabretto al piano,
Marco Fantoni alla chitarra e il mitico Maurizio “Best” Bestetti sempre
alla chitarra, l’unico che ancora oggi è un musicista professionista.
Non so chi ricorda ancora oggi questi nomi, ma posso garantire che negli
anni settanta e primi anni ottanta erano all’avanguardia in questo genere
musicale, e nessuno suonava come loro. Infatti, molti musicisti di oggi
devono in qualche modo ringraziarli, perché grazie ad essi hanno
deciso di suonare e avvicinarsi al Blues.
Inoltre erano presenti un gran numero di musicisti che in un modo o
nell’altro avevano avuto a che fare con Cooper; impossibile citarli
tutti: Roby Zonca, Tiziano Galli, Roby Perego, Laura Fedele, Paolo Legramandi,
Saro Rogati, Carlone Fassini e tantissimi altri, con i quali dopo avremmo
fatto, come previsto, una Jam Session.
Alle 10.30 si sale sul palco e dopo aver spiegato i motivi di questo
concerto, abbiamo cominciato a suonare. Avevamo deciso di iniziare con
tre brani semiacustici con il contrabbasso, presenti nell’ultimo CD
“Tribute to the blues” è cioè: “Tribute to Willie Dixon”,
Kinda Like a Wolf” e “Raggety and Dirty”, brani più tradizionali,
ma con un grande impatto ritmico e con un Groove particolarmente accattivante.
Passata l’emozione, ci siamo subito accorti che non solo la cosa funzionava
per noi, ma anche per il pubblico, che rispondeva con grande entusiasmo
e partecipazione; infatti, come dico sempre, i concerti non sono monologhi
dei musicisti, ma dialoghi tra chi suona e chi ascolta e quindi maggiore
è la partecipazione del pubblico, migliore è la resa degli
stessi e viceversa.
C’erano anche moltissimi giovani, che oltre a non averci mai sentiti,
non conoscevano né Cooper né il genere, e che quindi non
avevano mai partecipato ad un concerto di Blues. Tra questi Massimo
Airoldi, musicista di Rock italiano e futuro giornalista, che ha scritto
un articolo molto valido e toccante sulla serata che aggiungerò
alla fine del mio, perché penso ne valga veramente la pena, visto
che non solo ha centrato perfettamente lo spirito della serata, ma ha
dato un opinione vera di un giovane assolutamente al di fuori da qualsiasi
tipo di influenza e condizionamento.
Il bello è stato che tutti si stavano divertendo moltissimo ballando
e battendo le mani, ed ancora di più quando abbiamo preso a suonare
i brani del CD “Stormy Desert”.
Pezzi come “Stormy Desert” appunto, poi: Down Home country Girl” dove
Franco Limido ha raccontato la storia di questa ragazza di campagna
che viene in città, “Country Girl” come faceva Cooper, catturando
l’attenzione della gente in un modo che io pensavo impossibile, proprio
alla Cooper, con la stessa ironia e affabulazione. Dopo “Take a ride
with me” dove io e Pablo abbiamo fatto i nostri assoli di notevole qualità
e gusto, di seguito “And I Cry” un lento in minore, dove Marco Limido
raggiunge un livello di espressività raro per un chitarrista
italiano. Ed infine “California Shuffle”, un pezzo strumentale che scrissi
nei primi anni settanta dedicato a Charlie Parker, che Cooper aveva
rivisto aggiungendo il testo e adattandolo alle esigenze del gruppo,
e che ancora oggi è la presentazione dell’ultima “Nite Life”.
A questo punto con il pubblico caldo riprendiamo i pezzi semiacustici
di “Tribute to the Blues”, con “32 20” e “Crossroads” gli unici due
brani non originali, ma riarrangiati da noi, del più grande di
tutti, “Robert Johnson, e per finire il set “Is L.A. Burnin’”.
Con grande nostro piacere vediamo che anche in questo caso c’è
un grande riscontro del pubblico, che si fa coinvolgere dallo spirito
forse più vero del blues di Cooper.
Infatti, con questo ultimo CD Cooper intendeva aprire una nuova via
musicale per lui e la band, anche se purtroppo non ne abbiamo avuto
il tempo causa la sua morte prematura.
Si riprendono gli strumenti elettrici con “Shockin’ and Jivin’” con
andamento prettamente Jazz, di seguito “Snatch it Back”, pezzo composto
già ai tempi della “Blue Phantom Band” inserito nel disco dei
primi anni ottanta “Aida & Cooper Terry Revue”.
Infine l’ultimo brano è un “Boogie” cavallo di battaglia di Cooper,
dove lui prendeva a piene mani lo spirito del blues e lo donava alla
gente; in pratica, raccontando una storia di amicizia e tradimento,
dove ci chiedeva come punire un finto amico che aveva approfittato della
sua amicizia e ospitalità, cercando di portargli via la sua donna.
Insomma una vera e propria storia blues che si sviluppa in una sola
tonalità, alla John Lee Hooker”, dove fondamentali sono il groove,
il walking, i colori e il ritmo in cui si sviluppa il pezzo, è
forse la forma musicale di blues più difficile, praticamente
impossibile da suonare se non è presente un vero bluesmen afro-americano,
e in questo penso che Cooper in Italia fosse unico ed inimitabile.
Nonostante ciò il brano è riuscito benissimo forse perché
la magia che avevamo con Cooper in questa magnifica serata è
stata ritrovata o forse, perché no, probabilmente sul palco insieme
a suonare c’era anche lui. Ad ogni modo per noi è stato veramente
così: il suo spirito è sempre stato presente in tutto
il concerto, e credo che anche il pubblico abbia percepito questa presenza
e l’abbia condivisa, portando i limiti musicali della serata a dei livelli
che personalmente non sentivo più da moltissimi anni. Non so
spiegare la felicità e la soddisfazione provata da ognuno di
noi sul palco quella sera, erano, come dicevo, anni che non provavo
sensazioni del genere, e non parlo solo dell’aspetto musicale. Penso
che tutto ciò sia stato recepito dalla gente presente alla serata
perché alla fine ha tributato a noi e quindi anche a Cooper Terry
una vera e propria ovazione.
Penso che per me, Marco, Pablo e Franco, sia stata una delle soddisfazioni
più grandi della nostra vita, al punto di pensare di ripetere
questa esperienza anche negli anni a venire.
Purtroppo due persone molto care a Cooper, cioè Aida Cooper,
la moglie, e Fabio Treves, ognuno con motivazioni proprie, non hanno
partecipato a questo mitico evento, non potendo così condividere
lo spirito di amicizia e la magia della serata, penso però che
alla prossima, se ci sarà, non mancheranno sicuramente.
Ad ogni modo finito
il concerto sono cominciate le Jam, e partendo con la vecchia “Blue
Phantom Band” che ha appunto aperto la Jam session, un po’ alla volta
tutti i musicisti presenti sono saliti sul palco, dando ognuno non solo
un contributo alla serata, ma soprattutto un omaggio a Cooper per tutto
quello ha donato al Blues e ai bluesmen in Italia.
La Jam è durata circa due ore, e buona parte del pubblico è
rimasta fino alla fine regalando a tutti applausi e riconoscimenti di
approvazione.
Alla fine, verso le due del mattino, finalmente stanchi ed appagati,
tutti hanno cominciato a lasciare il locale, con grandi ringraziamenti
per la magnifica serata passata e con la richiesta di ripeterla presto.
Quando finalmente siamo rimasti soli nel locale spossati, ma felici
abbiamo cominciato, come spesso accade, a parlare del concerto, e devo
ammettere che eravamo tutte e quattro molto soddisfatti di come si era
svolta la serata; io ho dato il meglio, Marco è stato magnifico,
Pablo un grande, ma Franco ha veramente superato se stesso, una performance
di altissimo livello, che ha ormai decretato la sua raggiunta maturità
artistica.
Ad un certo punto Franco
ed io, con un bicchiere di Whisky in mano, ci siamo ritrovati soli,
davanti al palco ormai vuoto, a guardare le foto di Cooper che ancora
scorrevano sulle pareti dell’Amigdala, con un po’ di commozione, quasi
senza parlare, pensando a quando Lui era ancora con noi, di quanto ci
manchi e a tutto quello che ci ha insegnato e dato, lasciandoci orfani
della sua presenza, ma con un bagaglio umano e musicale che poche persone
in Italia hanno avuto la fortuna di vivere.
Ed è per questi motivi che vorremmo che questo progetto, per
ora denominato “Tributo a Cooper Terry” non finisca qui, e che nonostante
gli impegni di ognuno di noi, possa continuare portando in Europa e
in Italia questa idea di una nuova strada musicale che Cooper aveva
incominciato, nata con “Tribute to the Blues”, e che porti la Band a
quelle nuove sonorità e a quel nuovo e personale stile di Blues
che Lui aveva sognato per noi.
Solo il tempo potrà dare una risposta a questa bellissima e misteriosa
domanda.