Blues Festival del Magazzino di Gilgamesh 2010

IV edizione

di BeZ

 

Il Gilgamesh è un locale storico di Torino che da ben 22 anni allieta la propria clientela unendo ad un ambiente piacevole, della buona musica dal Vivo. Da 6 anni il Gilgamesh ha cambiato proprietà, ma fortunatamente non indirizzo, e schiera tra i soci la figura di Luca Berti, estimatore e conoscitore di Blues oltre che personaggio disponibile ed affabile. Per avvicinarci a tempi recenti negli ultimi 4 anni il Gilgamesh ha avuto la grande idea di organizzare un Festival Blues di altissimo livello. Luca ci tiene comunque a precisare che il suo locale non è una Blues House ed infatti potete trovare, al di fuori del blues festival, anche Funky, Beat,Jam-session (il Martedì), musica d’autore italiana ed internazionale insieme a mostre di arti grafiche o esposizioni di libri (durante le serate di questa edizione del Blues Festival, per esempio, ad impreziosire il locale c’era la libreria “Massenza” con il suo ampio catalogo di libri e CD di musica jazz e occitana, per info www.myspace.com\ilgattoconglistivaligliamici) e naturalmente del buon Jazz, come vuole la tradizione del locale; pensate che solo una settimana prima dell’inizio del festival, sullo stesso palco, si è esibita un’orchestra Jazz di ben 22 elementi !!!!


Questa notizia mi offre llo spunto per parlare di un aspetto specifico del locale: il Gilgamesh è un club, dove si può mangiare, grazie ad un fornito menù ristorante, bere della buona birra, ma che soprattutto sembra nato per suonare; tutto l’allestimento, infatti, dai pannelli fono assorbenti sulle pareti, la disposizione dei tavoli, al traliccio per il sostegno delle casse sopra il palco è pensato per la musica suonata dal vivo.


Ma concentriamoci sull’aspetto Blues, ovvero il blues Festival del Gilgamesh; ho già accennato al livello elevato della rassegna, ma per farvi rendere conto della tipologia degli artisti invitati a suonare, vi posso dire che nella prima edizione il personaggio di spicco è stato sicuramente il grande armonicista Jerry Portnoy. La seconda edizione invece ha visto Jono Manson (di cui si parla ampiamente in questo sito), Gail Muldrow, Dolores Scott; e via in crescendo, nella penultima edizione si sono presentati sul palco, tra gli altri, Mark DuFresne, Carvin Jones e Nico Wayne Toussaint (fenomenale armonicista che ho avuto la fortuna di vedere all’opera sul palco del Chicago Blues festival 2009 insieme a nientemeno che “Killer” Ray Allison). Eccoci finalmente al motivo per cui sono qui a scrivervi, ovvero la quarta edizione del Festival, che solo dando un’occhiata al programma delle 12 serate previste ed agli eventi collaterali, si presenta come una delle più prestigiose del Gilgamesh.Infatti, oltre ad artisti di fama internazione come Ian Siegal, Andy Just, Rob Tognoni, Sherman Roberts, ha come punta di diamante, non uno ,ma, ben due vere stelle del panorama blues mondiale; 2 chitarristi cresciuti alla scuola del “più grande di tutti” (come direbbe il Puma) il Mittico “Mississipi” Muddy Waters, entrambe infatti hanno militato nella sua prestigiosa Band oltre che con altri grandissimi artisti della scena Blues di Chicago.E’ risaputo, infatti, che Muddy ha sempre avuto un grandissimo fiuto in fatto di musicisti e il suo gruppo ha sempre rappresentato il meglio reperibile sulla scena, Da questo ensemble sono usciti appunto tra i più grandi musicisti blues degli ultimi 50 anni. Qualche esempio? Little Walter, Buddy Guy, James Cotton, Otis Spann, Jimmy Rogers, senza contare i fidatissimi Pinetop Perkins e Willy “Big Eyes” Smith.


La prima di queste stelle è nientemeno che John Primer, una delle principali forze motrici che aiutano a mantenere in vita il più tradizionale suono dello Chicago Blues, tanto da essere stato di recente immortalato nell’album “Cicago Blues: A living History” (Raisin’ Music 2008), ospite abituale del Chicago Blues Festival, nonché del locale più cool di Chicago: il Buddy Guy’s Legend. Nel 1979 fu scelto da Willie Dixon come chitarrista della sua Chicago Blues All Stars, e dopo soli sei mesi fu chiamato da Muddy Waters a far parte della sua formazione. Primer restò con Muddy fino alla sua morte, nel 1983. Dopo questa grande esperienza John è stato per tredici anni, fino al 1996, con i Teardrops di Magic Slim, per poi formare finalmente una sua band, The Real Deal Blues Band.


La seconda stella è un altro di quei personaggi che non ha certo bisogno di presentazioni ed oltre alle note biografiche, rubate in parte dalla brochure di presentazione del festival, vi racconto anche della sua esibizione al Gilgamesh, infatti, questa è stata l’occasione che mi ha permesso di conoscere questo locale ed il suo fantastico Blues Festival. Il personaggio è il chitarrista e cantante Bob Margolin, una delle figure più autorevoli del Blues moderno che oggi porta avanti la tradizione Chicago style coniugandola con le sue composizioni originali. Anche lui è stato Dal 1973 al 1980, un chitarrista della Muddy Waters Band con cui ha suonato in tour in tutto il mondo, oltre ad aver partecipato alle registrazioni, con Johnny Winter, di “Hard Again” uno degli album più belli di Muddy,ed anche alla registrazione cinematografica di The Last Waltz (The Band)…e questo vale più di una laurea in storia del blues.


Bob è stato, Inoltre, uno dei pochi membri non di colore, insieme all’armonicista Jerry Portnoy (anche Johnny Winter in realtà è bianco ma per lui la storia è diversa…in quanto albino), della Legendary Muddy Waters Blues Band e per questo fu, dalla fine degli anni Settanta, un esempio della newest generation of the electric blues illuminando parecchi ragazzi in Europa ed altrove.


L’esibizione di Bob Margolin al Gilgamesh è preceduta da “Andrea Preto & The Chicago Sound Machine”. Formazione torinese di matrice blues formatasi nel Novembre del 2001 che comprende, oltre al chitarrista e cantante Andrea Preto, Marco Rafanelli alla chitarra, Roberto “cleanhead” Pozzati al basso e Roberto Castagnero alla batteria più un organo Hammond per l’occasione del Festival. il loro repertorio affonda le radici nello Chicago Blues Style, con pezzi leggendari quali “Mojo Workin”, cui vengono aggiunte sonorità ed atmosfere nuove tratte dalla musica nera contemporanea dal funky, all’ r&b ed al soul, nella convinzione, come cita la nota biografica, “che attingere alle matrici comuni della musica nera contemporanea possa dare un rinnovato vigore e nuova freschezza ad un genere musicale cui tutta la musica moderna deve molto”..e come dargli torto. Questo mi consente di far risaltare la scelta del Gilgamesh di far aprire tutti i concerti del Blues Festival a Band di Torino e dintorni; una scelta ,secondo me, quanto mai lodevole che permette a gruppi locali meritevoli, di promuoversi ad un pubblico selezionato, in un contesto prestigioso oltre che una soluzione azzeccata, come ha dimostrato questa serata dove, la band selezionata, con le capacità e la grinta che mettono sul palco, raggiungono alla perfezione lo scopo di scaldare il pubblico per l’esibizione successiva di Bob Margolin, che per l’occasione è accompagnato da tre musicisti italianissimi:


Mimmo Antonini – batteria (THE BLUES BULLETS BAND; ONORATI COFFEE MAKER BLUES BAND.)
Luca Pisanu – basso (MISSISSIPPI MOOD)
Enrico Polverari – chitarra (MISSISSIPPI MOOD)


I 3 Session-man anticipano l’entrata della star con altrettanti pezzi strumentali di Rock Blues dal buon tiro, giusto per mantenere alta la temperatura del pubblico che infatti esplode in un febbrile applauso quando BoB viene invitato sul palco. E qui vorrei soffermarmi un attimo, giusto per farvi notare come spesso (soprattutto quando le disponibilità finanziarie sono limitate) artisti d’oltre oceano si fanno accompagnare, durante il loro tour in terra italica, da session-man nostrani. Questa è solo l’ennesima prova del valore e della preparazione musicale e artistica di musicisti Blues italiani che invece, da parte loro, sono molto spesso “obbligati” a sfruttare la maggior visibilità di un’artista internazionale per promuovere il loro lavoro. Ma torniamo al concerto ed a Bob Margolin che, salito finalmente sul palco, spiazza tutti perché, il primo pezzo che si appresta ad eseguire, a dispetto della sua fama, è un brano cantato a “cappella” (senza microfono) accompagnato solo dalla sua Gibson Les Paul color oro, un brano dedicato a Chicago dove, circa a metà, si uniscono anche gli altri elementi della Band e l’amplificazione per la voce.


I pezzi seguenti hanno tutti il groove del chicago Style e spaziano tra il repertorio personale di Bob e quello della leggenda del Blues come “Killing Floor” (di Howlin Wolf e C.A. Burnett), “Red Hot Kisses” (Sonny Boy Williamson), “Baby Lee” (C. Bracken e John Lee Hooker), “Born in Chicago” (pezzo scritto da Nick Gravenites e portato al successo, tra gli altri, dal grandissimo Paul Butterfield); tutti brani che fanno letteralmente incendiare la sala e preparano il terreno per la prima jam, con Andrea Preto a cui Bob cede la sua chitarra mentre lui, ormai in piana overdose d’adrenalina, ruba il basso a Luca Pisanu per eseguire insieme un pezzo fantastico reso celebre dall’interpretazione di Howlin Wolf, ma firmato dal “paroliere” del Blues Willie Dixon, la mitica “Spoonful” . Da qui si passa, in un continuo crescendo di intensità ed emozioni, all’attesissimo “Muddy Waters Time”: inizio con Mojo Workin per poi scatenare l’inferno con la superba, intramontabile, ultraimitata e ultracoverizzata “Mannish Boy”….Pelle d’oca Ragazzi!!!....classico “finto saluto”e Bob si presenta nuovamente solo sul palco, come al principio, per il primo bis ed ancora propone un pezzo “downhome” a cappella, ma è solo una piccola pausa per far riprendere fiato al pubblico e per dargli tempo di accorgersi che proprio tra il pubblico c’è un ospite d’eccezione…mica per niente vi ho rifilato tutta la pappardella sulla vita e le opere di John Primer. Naturale quindi, tra veri Bluesman, l’invito di Bob per una jam, ed altrettanto naturalmente John accetta, perché non esiste un vero concerto Blues senza una jam e quella di stasera è davvero una jam “coi fiocchi” che ben presto conduce tutti al delirio: il pubblico, cui per un momento sembra addirittura di vedere discendere dal soffitto del locale la figura di Muddy Waters; gli artisti che tra un pezzo e l’altro si scambiano gli strumenti e Luca Berti che, passato il primo momento di esaltazione, si sbraccia per avvisare i musicisti che stanno sforando di brutto i tempi per l’esibizione….Davvero questa sera il Gilgamesh come un’angolo di Chicago a Torino.


Concludo con un’ultima cosa che Luca ha tenuto a sottolineare, mentre ci si soffermava a fare due chiacchere al termine delle esibizioni, ovvero come tutto il Festival sia stato organizzato con le sole forze del Gilgamesh , nessuno sponsor o amici ricchi, ma solo una grande passione ed incalcolabile sbattimento….Beh che dire, complimenti !



Bob Margolin
Bob Margolin
Bob Margolin
Bob Margolin
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