Il Gilgamesh è un locale storico
di Torino che da ben 22 anni allieta la propria clientela unendo ad
un ambiente piacevole, della buona musica dal Vivo. Da 6 anni il Gilgamesh
ha cambiato proprietà, ma fortunatamente non indirizzo, e schiera
tra i soci la figura di Luca Berti, estimatore e conoscitore di Blues
oltre che personaggio disponibile ed affabile. Per avvicinarci a tempi
recenti negli ultimi 4 anni il Gilgamesh ha avuto la grande idea di
organizzare un Festival Blues di altissimo livello. Luca ci tiene comunque
a precisare che il suo locale non è una Blues House ed infatti
potete trovare, al di fuori del blues festival, anche Funky, Beat,Jam-session
(il Martedì), musica d’autore italiana ed internazionale
insieme a mostre di arti grafiche o esposizioni di libri (durante le
serate di questa edizione del Blues Festival, per esempio, ad impreziosire
il locale c’era la libreria “Massenza” con il suo
ampio catalogo di libri e CD di musica jazz e occitana, per info www.myspace.com\ilgattoconglistivaligliamici)
e naturalmente del buon Jazz, come vuole la tradizione del locale; pensate
che solo una settimana prima dell’inizio del festival, sullo stesso
palco, si è esibita un’orchestra Jazz di ben 22 elementi
!!!!
Questa notizia mi offre llo spunto per parlare di un aspetto specifico
del locale: il Gilgamesh è un club, dove si può mangiare,
grazie ad un fornito menù ristorante, bere della buona birra,
ma che soprattutto sembra nato per suonare; tutto l’allestimento,
infatti, dai pannelli fono assorbenti sulle pareti, la disposizione
dei tavoli, al traliccio per il sostegno delle casse sopra il palco
è pensato per la musica suonata dal vivo.
Ma concentriamoci sull’aspetto Blues, ovvero il blues Festival
del Gilgamesh; ho già accennato al livello elevato della rassegna,
ma per farvi rendere conto della tipologia degli artisti invitati a
suonare, vi posso dire che nella prima edizione il personaggio di spicco
è stato sicuramente il grande armonicista Jerry Portnoy. La seconda
edizione invece ha visto Jono Manson (di cui si parla ampiamente in
questo sito), Gail Muldrow, Dolores Scott; e via in crescendo, nella
penultima edizione si sono presentati sul palco, tra gli altri, Mark
DuFresne, Carvin Jones e Nico Wayne Toussaint (fenomenale armonicista
che ho avuto la fortuna di vedere all’opera sul palco del Chicago
Blues festival 2009 insieme a nientemeno che “Killer” Ray
Allison). Eccoci finalmente al motivo per cui sono qui a scrivervi,
ovvero la quarta edizione del Festival, che solo dando un’occhiata
al programma delle 12 serate previste ed agli eventi collaterali, si
presenta come una delle più prestigiose del Gilgamesh.Infatti,
oltre ad artisti di fama internazione come Ian Siegal, Andy Just, Rob
Tognoni, Sherman Roberts, ha come punta di diamante, non uno ,ma, ben
due vere stelle del panorama blues mondiale; 2 chitarristi cresciuti
alla scuola del “più grande di tutti” (come direbbe
il Puma) il Mittico “Mississipi” Muddy Waters, entrambe
infatti hanno militato nella sua prestigiosa Band oltre che con altri
grandissimi artisti della scena Blues di Chicago.E’ risaputo,
infatti, che Muddy ha sempre avuto un grandissimo fiuto in fatto di
musicisti e il suo gruppo ha sempre rappresentato il meglio reperibile
sulla scena, Da questo ensemble sono usciti appunto tra i più
grandi musicisti blues degli ultimi 50 anni. Qualche esempio? Little
Walter, Buddy Guy, James Cotton, Otis Spann, Jimmy Rogers, senza contare
i fidatissimi Pinetop Perkins e Willy “Big Eyes” Smith.
La prima di queste stelle è nientemeno che John Primer, una delle
principali forze motrici che aiutano a mantenere in vita il più
tradizionale suono dello Chicago Blues, tanto da essere stato di recente
immortalato nell’album “Cicago Blues: A living History”
(Raisin’ Music 2008), ospite abituale del Chicago Blues Festival,
nonché del locale più cool di Chicago: il Buddy Guy’s
Legend. Nel 1979 fu scelto da Willie Dixon come chitarrista della sua
Chicago Blues All Stars, e dopo soli sei mesi fu chiamato da Muddy Waters
a far parte della sua formazione. Primer restò con Muddy fino
alla sua morte, nel 1983. Dopo questa grande esperienza John è
stato per tredici anni, fino al 1996, con i Teardrops di Magic Slim,
per poi formare finalmente una sua band, The Real Deal Blues Band.
La seconda stella è un altro di quei personaggi che non ha certo
bisogno di presentazioni ed oltre alle note biografiche, rubate in parte
dalla brochure di presentazione del festival, vi racconto anche della
sua esibizione al Gilgamesh, infatti, questa è stata l’occasione
che mi ha permesso di conoscere questo locale ed il suo fantastico Blues
Festival. Il personaggio è il chitarrista e cantante Bob Margolin,
una delle figure più autorevoli del Blues moderno che oggi porta
avanti la tradizione Chicago style coniugandola con le sue composizioni
originali. Anche lui è stato Dal 1973 al 1980, un chitarrista
della Muddy Waters Band con cui ha suonato in tour in tutto il mondo,
oltre ad aver partecipato alle registrazioni, con Johnny Winter, di
“Hard Again” uno degli album più belli di Muddy,ed
anche alla registrazione cinematografica di The Last Waltz (The Band)…e
questo vale più di una laurea in storia del blues.
Bob è stato, Inoltre, uno dei pochi membri non di colore, insieme
all’armonicista Jerry Portnoy (anche Johnny Winter in realtà
è bianco ma per lui la storia è diversa…in quanto
albino), della Legendary Muddy Waters Blues Band e per questo fu, dalla
fine degli anni Settanta, un esempio della newest generation of the
electric blues illuminando parecchi ragazzi in Europa ed altrove.
L’esibizione di Bob Margolin al Gilgamesh è preceduta da
“Andrea Preto & The Chicago Sound Machine”. Formazione
torinese di matrice blues formatasi nel Novembre del 2001 che comprende,
oltre al chitarrista e cantante Andrea Preto, Marco Rafanelli alla chitarra,
Roberto “cleanhead” Pozzati al basso e Roberto Castagnero
alla batteria più un organo Hammond per l’occasione del
Festival. il loro repertorio affonda le radici nello Chicago Blues Style,
con pezzi leggendari quali “Mojo Workin”, cui vengono aggiunte
sonorità ed atmosfere nuove tratte dalla musica nera contemporanea
dal funky, all’ r&b ed al soul, nella convinzione, come cita
la nota biografica, “che attingere alle matrici comuni della musica
nera contemporanea possa dare un rinnovato vigore e nuova freschezza
ad un genere musicale cui tutta la musica moderna deve molto”..e
come dargli torto. Questo mi consente di far risaltare la scelta del
Gilgamesh di far aprire tutti i concerti del Blues Festival a Band di
Torino e dintorni; una scelta ,secondo me, quanto mai lodevole che permette
a gruppi locali meritevoli, di promuoversi ad un pubblico selezionato,
in un contesto prestigioso oltre che una soluzione azzeccata, come ha
dimostrato questa serata dove, la band selezionata, con le capacità
e la grinta che mettono sul palco, raggiungono alla perfezione lo scopo
di scaldare il pubblico per l’esibizione successiva di Bob Margolin,
che per l’occasione è accompagnato da tre musicisti italianissimi:
Mimmo Antonini – batteria (THE BLUES BULLETS BAND; ONORATI COFFEE
MAKER BLUES BAND.)
Luca Pisanu – basso (MISSISSIPPI MOOD)
Enrico Polverari – chitarra (MISSISSIPPI MOOD)
I 3 Session-man anticipano l’entrata della star con altrettanti
pezzi strumentali di Rock Blues dal buon tiro, giusto per mantenere
alta la temperatura del pubblico che infatti esplode in un febbrile
applauso quando BoB viene invitato sul palco. E qui vorrei soffermarmi
un attimo, giusto per farvi notare come spesso (soprattutto quando le
disponibilità finanziarie sono limitate) artisti d’oltre
oceano si fanno accompagnare, durante il loro tour in terra italica,
da session-man nostrani. Questa è solo l’ennesima prova
del valore e della preparazione musicale e artistica di musicisti Blues
italiani che invece, da parte loro, sono molto spesso “obbligati”
a sfruttare la maggior visibilità di un’artista internazionale
per promuovere il loro lavoro. Ma torniamo al concerto ed a Bob Margolin
che, salito finalmente sul palco, spiazza tutti perché, il primo
pezzo che si appresta ad eseguire, a dispetto della sua fama, è
un brano cantato a “cappella” (senza microfono) accompagnato
solo dalla sua Gibson Les Paul color oro, un brano dedicato a Chicago
dove, circa a metà, si uniscono anche gli altri elementi della
Band e l’amplificazione per la voce.
I pezzi seguenti hanno tutti il groove del chicago Style e spaziano
tra il repertorio personale di Bob e quello della leggenda del Blues
come “Killing Floor” (di Howlin Wolf e C.A. Burnett), “Red
Hot Kisses” (Sonny Boy Williamson), “Baby Lee” (C.
Bracken e John Lee Hooker), “Born in Chicago” (pezzo scritto
da Nick Gravenites e portato al successo, tra gli altri, dal grandissimo
Paul Butterfield); tutti brani che fanno letteralmente incendiare la
sala e preparano il terreno per la prima jam, con Andrea Preto a cui
Bob cede la sua chitarra mentre lui, ormai in piana overdose d’adrenalina,
ruba il basso a Luca Pisanu per eseguire insieme un pezzo fantastico
reso celebre dall’interpretazione di Howlin Wolf, ma firmato dal
“paroliere” del Blues Willie Dixon, la mitica “Spoonful”
. Da qui si passa, in un continuo crescendo di intensità ed emozioni,
all’attesissimo “Muddy Waters Time”: inizio con Mojo
Workin per poi scatenare l’inferno con la superba, intramontabile,
ultraimitata e ultracoverizzata “Mannish Boy”….Pelle
d’oca Ragazzi!!!....classico “finto saluto”e Bob si
presenta nuovamente solo sul palco, come al principio, per il primo
bis ed ancora propone un pezzo “downhome” a cappella, ma
è solo una piccola pausa per far riprendere fiato al pubblico
e per dargli tempo di accorgersi che proprio tra il pubblico c’è
un ospite d’eccezione…mica per niente vi ho rifilato tutta
la pappardella sulla vita e le opere di John Primer. Naturale quindi,
tra veri Bluesman, l’invito di Bob per una jam, ed altrettanto
naturalmente John accetta, perché non esiste un vero concerto
Blues senza una jam e quella di stasera è davvero una jam “coi
fiocchi” che ben presto conduce tutti al delirio: il pubblico,
cui per un momento sembra addirittura di vedere discendere dal soffitto
del locale la figura di Muddy Waters; gli artisti che tra un pezzo e
l’altro si scambiano gli strumenti e Luca Berti che, passato il
primo momento di esaltazione, si sbraccia per avvisare i musicisti che
stanno sforando di brutto i tempi per l’esibizione….Davvero
questa sera il Gilgamesh come un’angolo di Chicago a Torino.
Concludo con un’ultima cosa che Luca ha tenuto a sottolineare,
mentre ci si soffermava a fare due chiacchere al termine delle esibizioni,
ovvero come tutto il Festival sia stato organizzato con le sole forze
del Gilgamesh , nessuno sponsor o amici ricchi, ma solo una grande passione
ed incalcolabile sbattimento….Beh che dire, complimenti !