NICCOLO BOSSINI

(di MAURO RICCHETTI)

 

 

Sabato 29 Gennaio, in occasione di una esibizione, del chitarrista di Luciano Ligabue, Niccolò Bossini presso il locale della bassa reggiana “il teatro dei tamburi”, ho scambiato due chiacchiere con lui circa il blues. Nonostante, per sua stessa definizione lui non sia un chitarrista propriamente né di formazione, né votato al genere, ma pop/rock ,conviene con me che molto del fraseggio che utilizzi per gli assolo, soprattutto quelli eseguiti con chitarra elettrica, sia derivato dallo studio del blues; indispensabile poi per approdare ad altri generi musicali, che di fatto in percentuali diverse lo incorporano. La prima domanda quindi mi pare ovvia: Quali sono i chitarristi blues che ti hanno influenzato maggiormente? La sua risposta mi chiarisce e lui conferma con le sue parole la mia prima impressione, circa la sua maggiore attrazione verso il blues “bianco”, rispetto a quello ”nero”, infatti: il suo percorso non è partito da Robert Johnson nel viaggio alla conoscenza del blues, ma piuttosto è cominciato dall’ascolto di: Stevie Ray Vaughan, Eric Clapton, Johnny Winter ed è approdato in un secondo momento, sicuramente, per curiosità musicale a Robert Johnson, quindi alle radici del blues. E’ interessante un aspetto: dice che Vaughan lo ha influenzato tantissimo nella parte tecnica, ma non tantissimo nella parte artistica, esso stesso afferma che molto negli assolo elettrici che esegue, sia stato “preso in prestito” dal lui, effettivamente però il suo modo d’intendere la musica, almeno secondo me è completamente diverso.

Nei pezzi propri che ha presentato quella sera c’era molta più attenzione ad utilizzare la composizione musicale al servizio della sua idea, non al servizio dell’assolo bruciante, che quando eseguito da un artista della sua bravura, certamente colpisce, poi però se ripetuto sistematicamente in tutti i brani, rischia di diventare un clichè pericoloso che alla lunga relega un chitarrista a fare il fenomeno e basta, ed ad essere apprezzato non tanto per la sua capacità compositiva, ma per le proprie capacità tecniche; abbastanza riduttivo come risultato. Tra le uniche cover da lui eseguite, ci sono due pezzi che si possono accostare, se pur diversi, ma che mi chiariscono il suo modo d’intendere la musica: uno di Rino Gaetano, l’altro di Bob Dylan, mi fanno capire quanto sia legato alla musica cantautorale, io non so se sia d’accordo con me, ma mi è venuto in mente ascoltandolo, il Dylan prima e dopo il suo approdo alla chitarra elettrica; non tanto per similitudini musicali, ma per lo stesso spirito: non gli importa molto, secondo me, di crearsi un’immagine di chitarrista elettrico piuttosto che acustico, in particolare, ma usa l’una, o l’altra soluzione quando ne sente veramente la necessità, da qui la mia conclusione: per lui tutto è al servizio di quello che vuole esprimere attraverso la sua musica, non di altro. Tornando ai suoi chitarristi blues di riferimento, fa un distinguo importante: Eric Clapton per lui è blues, oppure Buddy Guy, mentre Johnny Winter lo è molto meno, insomma lui considera i chitarristi blues di derivazione Hendrixiana un mondo a parte, lo stesso Hendrix, pur dimostrando d’essere, con pezzi come “Red House”, un bluesman fantastico, non lo possiamo classificare in alcun modo, nella musica, dice: “Ha di fatto creato un prima di lui e dopo di lui in tutti i generi, per cui è veramente impossibile catalogarlo in un genere piuttosto che in un altro”.

Conosce molto bene Robert Johnson e mi cita, dicendo che ha “consumato” con l’ascolto frequente l’album uscito nel 2004 “Me and Mr Johnson” nel quale Eric Clapton ripercorre, attraverso 14 cover dei 29 pezzi totali esistenti di Robert, le origini del blues, un modo per riallacciare passato e presente di quel genere musicale. A livello di maestri, l’ha influenzato molto l’ottimo chitarrista Cristiano Marmotti, se pur questo ultimo sia molto legato alla musica blues, non lo ritiene sicuramente un purista del genere, in quanto molto più vicino a chitarristi come: Robben Ford, Larry Carlton, Vaughan ecc…. lo stesso Robben per Bossini non si può definire un bluesman perché un bluesman è fatto della propria storia, di quello che essa stessa racconta di lui sul suo percorso musicale, ed a suo dire, la storia di Robben come quella di Cristiano dice altro, difficile dargli torto. Allora mi viene spontaneo chiedergli cosa ne pensi di artisti come Eric Sardinas piuttosto che Robert Cray, mi risponde in modo molto deciso, per Sardinas: “ Bravissimo ma Vaughan l’ho già sentito” e per Robert Cray: “ Fantastico anche lui, ma secondo me non rappresenta nulla di nuovo”, pur riconoscendo una grande capacità tecnica a Derek Trucks, ritiene che non sia molto espressivo, ma da quello che ho capito la slide guitar non gli piace moltissimo. A questo punto, è stato molto interessante chiedergli quale sarà, secondo lui, il destino del blues e se ci si potrà aspettare uno sviluppo nuovo ed inatteso del genere: dice che non ci saranno sviluppi eclatanti, ovviamente rimarrà a contaminare gran parte dei generi musicali che traggono parte delle loro origini proprio da lui, ma che sostanzialmente il blues, in quanto tale, sia ormai una storia chiusa. Affrontiamo anche l’argomento “blues italiano”, in riferimento agli artisti che rappresentano il fermento di questa musica nella provincia di Reggio Emilia, sono d’accordo quando dice che tra quelli di loro che lo suonano, pochi possano essere considerati eccellenti e tra i quali vanno ricordati: Johnny La Rosa.

Quello che differenzia spesso i musicisti italiani da quelli stranieri, non è quindi tanto un diverso e più scarso livello tecnico dei nostri musicisti, ma piuttosto il loro gap negativo sugli americani, dato dal non aver beneficiato, da parte dei primi, delle indispensabili influenze culturali/ territoriali invece disponibili agli americani, ed anche perché: un bravo musicista texano, da quando nasce, sente blues nelle orecchie e lo vive in un territorio adatto, quindi è normale se lo suonerà meglio di un ragazzo italiano, che lo scoprirà, magari, solo a 15anni, in un luogo dove le influenze musicali di maggiore tendenza sono sempre andate e vanno da tutta un’altra parte, mi sembra ovvio. L’incontro con Niccolò Bossini, che ringrazio tantissimo per la sua grande disponibilità, mi ha fatto fare alcuni riflessioni personali soprattutto per quanto riguarda: l’umiltà, l’amore vero per la musica e la voglia di mettersi in gioco. Il discorso è molto semplice: se un chitarrista bravo ed arrivato professionalmente come lui, decide d’affrontare una nuova sfida presentando un progetto proprio, sottoponendosi allo stress di possibili critiche, ed accetta di farlo in locali come il “teatro dei tamburi”, una piccola realtà locale, lo fa esclusivamente per amore della musica, non per altro, perché altrimenti se ne potrebbe benissimo stare a casa, non ha sicuramente bisogno di fare tutto ciò. Questo cosa vuol dire?, Intanto che se vogliamo far crescere la musica live in Italia è ora di smetterla con i gruppi cover dal vivo, che lasciano spesso fuori musicisti con qualcosa da dire, altrimenti anche nel 3000 saremo qui ad ascoltarci le ennesime cover dei Led Zeppelin, belle, ma sarebbe veramente una tristezza. Va detto però che non sarà possibile, senza aiutare locali come “il teatro dei tamburi” che, tra l’altro, tra due mesi, non offrirà più musica live ai propri clienti, continuare a beneficiare della musica dal vivo, soprattutto quella di produzione propria, le motivazioni: ormai i locali live stanno morendo per l’impossibilità loro di far fronte a tutti i costi, ed al rispetto di una normativa opprimente. Forse è giunto il momento di modificare anche qualche legge, in modo da permettere a musicisti e locali di continuare a dare una proposta di qualità al pubblico, che sia conveniente per entrambi. I musicisti di basso livello, invece secondo me, dovrebbero capire che prima si impara a suonare poi ci si proporrà, solo allora si potrà pretendere d’essere pagati, perché anche truffare locali e pubblico con performance orribili, come spesso mi è capitato d’ascoltare, mio malgrado, rappresenta un impoverimento dell’offerta della qualità musicale, ed uno spreco inutile di risorse. Oggi giorno, sull’onda dei talent show che distorcono la realtà di un percorso di studio serio, sempre più frequentemente si assiste alla nascita di gruppi, che poco tempo dopo la loro formazione sono già in modo ridicolo quasi esclusivamente concentrati sulla ricerca di un successo commerciale, producendo demo di infima qualità, sono invece poco attenti alla qualità della loro proposta, ed alla loro crescita artistica. Quello però non è né amore e rispetto della musica, né dell’ascoltatore.

 

Niccolo Bossini
Niccolo Bossini
 

 

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