Intervista

 

Dove andasti quando all’eta’ di 16 anni lasciasti la scuola?


J.C. – Andai a Nacodoches, Texas, dove c’era una vecchia chiesa trasformata in casa. Mi trasferi in una stanza nel retro e cominciai a suonare nelle strade, sale di biliardo, stazioni del bus, ovunque era possibile suonare. Non avevo auto o appartamento, mi spostavo con l’autobus. Lavoravo qua e la per questi uffici che offrivano lavori di un paio di giorni oppure vendevo un po’ di sangue per comprarmi le corde o acquistare un biglietto per spostarmi in un’altra citta’. Facevo questo ogni giorno, in un posto differente.


Eri felice? Perche’ non si puo’ proprio dire che fosse una vita delle piu’ tranquille e sicure?


J.C. – Per me significava liberta’, ero sulla strada, sempre con un piede fuori dalla porta, mi faceva sentire bene. Finche’ fai quello che ti fa sentire bene, il problema di fare una vita piu’ o meno sicura, non era una cosa che mi preoccupava. Venivo fuori da un incidente terribile che mi aveva costretto a starmene a casa per un anno e soffrire per le ferite riportate. Starmene fuori e suonare era una liberazione.


Dicono che la magia voodoo sia una parte importante della tua vita, risulta essere veramente radicata ancora oggi nella cultura del Sud.


J.C. – La parola “voodoo” e’ diventata quasi uno stereotipo utilizzato da Hoolywood. Un po’ come “crossroads”. Il crossroads e’ un luogo, un luogo reale, ma non uno specifico rintracciabile su una cartina stradale. E’ per me il luogo delle decisioni, dove c’e’ un cambiamento, un confronto con se stesso, come si fa a dire che non esiste? Ci sono tribu’ di nomadi che fissano un totem al centro del villaggio rappresentante il centro del mondo. Ma loro sono nomadi, e il centro del mondo cambia ogni volta. E’ un punto spirituale che loro portano con se’, cosi’ come io mi porto dietro i mojos e le radici del John The Conqueror.


Hai scritto che il tuo obiettivo e’ quelloo di scrivere musica il piu’ possibile vicino alle ossa. Cosa significa esattamente?


J.C. – penso che ognuno deve prepararsi alla morte, intendo letteralmente. Quando ho iniziato a suonare Blues, ero letteralmente sul punto di morire, era fisicamente veramente dura, c’era un prezzo che dovevo pagare per suonare. Ogni volta che suonavo una nota fisicamente soffrivo a causa delle ferite sparse ovunque nel mio corpo. Ma andavo oltre quel dolore, mi confrontavo con quel dolore per superarlo e tirare fuori quell che avevo dentro. Ho visto sciamani fare i loro riti ballando e muovendosi ritmicamente, il corpo deve essere coinvolto in questi processi spirituali. Le mie chitarre sono dure da suonare intenzionalmente, uso corde molto grosse per creare una sorta di resistenza, cosi’ tutto il corpo viene coinvolto nella ricerca del suono. Ho imparato a suonare con chitarre molto economiche e per riuscire a tirare fuori delle note era duro, faceva male. Continuo a suonare con quel feeling, ho provato con chitarre piu’ comode…non funziona, non ho feeling, ho bisogno di lottare.


Quale il tuo stile di Blues?


J.C. – Blues e’ musica della tua vita, ha un senso per ognuno diverso perche’ riflette la tua esperienza. Ognuno ha un diferente modo di parlare e camminare. Quando iniziai a studiare I grande bluesmen come Son House, Fred McDowell, Elmore James, Robert Johnson, John Lee Hooker, gente che ha creato questa grande musica, mi accorsi che era qualcosa che non avrei capito in un anno, ma lungo la mia vita. Penso che e’ necessario sviluppare il tuo stile finche’ non riesci a esprimere quello che onestamente hai nel tuo cuore e farlo nel migliore modo possibile. Personalmente, non vedo altra possibilita’ se si vuole fare musica seriamente. Quando vado sul palco, mi devo confrontare con il mio dolore e la mia mortalita’, evocarla e invitare la gente a parteciparvi, devo essere pronto a condurre questa sorta di cerimonia, e’ difficile da spiegare, ma il tutto e’ molto rituale per me. Seppur giovane, comincia fin dall’inizio a concepire la musica come un potere, la musica e’ la vita con I suoi incubi e sogni. Non si tratta di cantare una canzone pop, dove dici “Voglio prenderti per la mano” o roba del genere. Per il Blues e’ buio e luce, la realta’ della vita. Iniziai a suonare in un periodo della mia vita dove ero arrivato a un passo dalla morte, la mia mortalita’ era davanti a me, il Blues mi ha permesso di attraversarla fisicamente e emozionalmente.


Devo dire che parlare con te non mi da l’impressione di essere davanti ad un apersona cosi’ tormentata.


J.C. – No, non mi considero una persona negativa. Ma per me suonare significa raccogliere lo strumento e tuffarmi in una fonte interiore e presentarla attraverso la musica. La mia visione della vita con le sue ombre e le sue luci, la battaglia fra il bene e il male. La mia musica e’ radicata in questi conflitti che rappresentano la vita nel suo insieme. Queto rito che e’ il concerto e’ per me un elemento di battaglia, e questo non significa esprimere negativita’, ma al contrario, ogni canzone e’ una vittoria, una conquista. Queste sono le radici della mia musica.

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