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New
Orleans nasce all’inizio del diciottesimo secolo per mano di Philippe
d’Orleans sotto la giurisdizione della corona francese. Il fazzoletto
di terra stretto nella morsa fra il grande fiume Mississipi e il
lago Portchartrain era già abitato dagli indiani Natchez, ma
questi dovettero ben presto lasciar posto all’arrivo dall’Europa di
mercanti ed affaristi pronti a far nascere quello che si sarebbe
trasformato in pochi anni uno dei piu importanti porti commerciali del
Nuovo Mondo. Da quel giorno, New Orleans divenne un crogiuolo di
culture, tradizioni, razze diverse. Al governo della città si
alternarono prima i francesi, poi gli spagnoli ed infine
l’amministrazione dei nascenti Stati Uniti d’America. La popolazione
è sempre stata una grande babilonia: francesi, spagnoli, irlandesi,
tedeschi, italiani, creoli (i meticci di origine
francese), intere tribù deportate dall’Africa destinate al regime di
schiavitù, per finire all’immigrazione proveniente dalle isole
caraibiche. In tale contesto sociale prende vita il processo di fusione
delle varie culture che porta alla nascita di una scena musicale dai
mille colori. The Jazz and Heritage Festival of New Orleans è la
manifestazione che ogni anno si svolge a cavallo fra Aprile e Maggio che
ricorda al mondo dove si trova il luogo d' origine della musica
afro-americana. La manifestazione viene allestita a due passi dalla Congo
Square, oggi denominata Amstrong Park, dove un tempo venivano
venduti gli
schiavi provenienti dall’Africa e punto di ritrovo degli stessi nel
giorno della domenica; era lì che davano libero sfogo con la musica, i
canti, le danze ed i riti voodoo alla loro sofferenza interiore, alle
loro radici strappate. Oggi, dopo più di due secoli, vicino a quel
luogo, all’interno di una zona recintata, vengono allestiti una decina
di palchi, dove dalla tarda mattinata fino al tramonto si alternano
musicisti e band. Ogni palco presenta uno specifico genere musicale: si
va dal Gospel al Blues, dal Jazz al Rock, dal Cajun allo Zydeco, dalla
musica piena di contaminazioni del golfo caraibico al Funky, per finire
con i canti dei nativi americani, per un totale di più di 50 band al
giorno per due lunghissimi weekend. Per la prima volta, mi trovo
dentro questa gigantesca festa della musica. Arrivo all’interno del
Festival nel primissimo pomeriggio e già ogni grande tendone,
all’interno dei quali ci sono i palchi, è già pullulante di gente
che assiste all’esibizione dei primi gruppi. Il pomeriggio è
piuttosto caldo, circa 35 gradi umidi, ma una leggera brezza e la birra
a fiumi aiuta a rinfrescare le centinaia di persone accorse da ogni
parte degli Stati Uniti. Altri Stati hanno sostanzialmente una loro
tradizione musicale, ma nessuno come la Louisiana ha prodotto un insieme
così eterogeneo; la cosa più sorprendente è che tale diversità fa
parte attiva tutt’oggi del suo patrimonio culturale ed il festival di
New Orleans ne è la prova vivente. Mi precipito subito verso il blues
stage, dove il programma prevede l’esibizione di Corey Harris:
solo con la sua chitarra ed un percussionista, Harris presenta il suo
ultimo lavoro, Downhome Sophisticate che intreccia il vecchio
blues down-home con liriche tipiche del hip hop, tutto avvolto da
sonorità che richiamano l’amore del compositore verso la musica
dell’Africa occidentale, dove tra l’altro ha vissuto e studiato per
diversi anni. Corey Harris nasce musicalmente proprio a New Orleans ed
ai critici che sui giornali locali lo hanno accusato di allontanarsi
con questo album dalle proprie radici, risponde: “Non mi interessa
cosa pensano. Non sono mia madre e non mi danno da mangiare. Sto
cercando solo di fare qualcosa
di originale. Io non sono un bluesman, sono un musicista. Certo posso
suonare blues, ma non sono certo il migliore in circolazione”. Al di là
della modestia, Corey Harris puo suonare il down-home con un’intensità
che pochi sono in grado di fare oggi. Certamente il suo ultimo lavoro si
allontana un pò da i suoi recenti capolavori, ad esempio Between
Midnight and Day, ma si rivela un artista in continua trasformazione
che sa spaziare su tutto il fronte della musica afro-americana. Suona
per circa un’ora dando mostra di tutto il suo repertorio tecnico, con
la sola chitarra riesce a sostituire un’intera band, lo stile
fingerpicking é perfetto,
si riesce a percepire con una chiarezza terrificante linee di basso e
melodie accompagnate da una voce appassionata e piena d’intensità.
Tutto lo spettacolo si mantiene in un’atmosfera d’intimità,
terminando con un Harris che si allontana continuando a suonare la sua Dobro,
ormai priva d’amplificazione, mentre il pubblico stregato gli riserva
un’ovazione. Nella pausa necessaria per il cambio degli strumenti,
consulto il programma e mi dirigo verso il palco Gospel dove già si sta
esibendo il Cosmopolitan Church of Prayer Choir: lo spettacolo
che si presenta ai miei occhi e al mio cuore mi lascia per qualche
momento inebetito: sul palco un coro di una quarantina di persone di
colore con le loro tuniche bianche che muovendosi all’unisono
supportano la solista che definire avere una voce potente come un
cannone é poco. Ma non é finita: davanti al palco si affollano in
prima fila a sedere delle grosse signore che indossano cappelli dai
colori piu disparati; qualcuno accompagna i canti con battiti di mano
ritmati, altri sventolando i loro ventagli a fiori, mentre quelli più
infervoriti rispondono con un “Yes, Sir!” alle esortazioni
del predicatore di turno. Sembra di essere in una vera e propria chiesa
del Sud che spesso si vedono nei film americani. Non posso credere ai
miei occhi quando nella generale esaltazione delirante vedo la cantante
saltare giù dal palco, lanciare acuti infiniti e dal suo volto, rivolto
verso l’alto, scendere delle lacrime causate dalla forte emozione!
Finito questo spettacolo inebriante me ne vado ancora stordito a
mangiare qualcosa e bere una birra per riprendere fiato. Già! Dimentico
che stava riprendendo lo spettacolo al blues stage ed allora via con la
coscia di pollo ancora in mano dove sono già arrivati sul palco Walter
“Wolfman” Washington & the Roadmasters, altri musicisti di
New Orleans che si apprestano ad iniziare il loro show. Questo artista,
a me in precedenza sconosciuto, é un sorridente chitarrista di colore
di oltre cinquanta anni accompagnato da una grande band composta da una
completa linea di fiati, pianista, chitarra ritmica e ovviamente
batteria e basso. Il sound che ne esce é pieno di energia soul. In
altre parole, é tempo di ballare e scatenarsi in una grande festa nella
quale non mancano richiami alla musica zydeco e country. I brani si
susseguono senza tanti preamboli, il tempo di asciugarsi il sudore,
scattare qualche foto e via si riparte. Soli di alta qualità da parte
di tutti e la tenda che ospita il blues stage si fa sempre piu affollata
e il clima sempre più incandescente. Attorno alla tenda che avvolge il
pubblico sono issate gigantografie dei piu grandi di sempre: John Lee
Hooker, BB King, Albert King, Steve Ray Vaughan ed altri, ripresi
durante le loro performance su quello stesso palco dove ora Walter
Washington sta dando il meglio di sé con un solo decorato
dall’effetto wah wah. L’attenzione del pubblico va verso il
sassofonista che parte come un treno, scatenando così l’applauso
delle centinaia di persone che ormai sono a ridosso del palco pronti a
cogliere ogni minima espressione d’intensita dei musicisti. Ormai é
tempo anche per loro di concludere la loro esibizione durata circa
un’ora, come quella dei suoi colleghi. Sempre più in preda
all’euforia, mi sposto verso l’enorme palco centrale dove si stanno
esibendo The Neville Brothers: la loro musica si allontana un pò
dal blues, é piena di funky, soul e ritmi africani. La folla qui è
immensa circa 2000 persone che sventolano bandiere di ogni tipo, ma
tutto con ordinato entusiasmo, addirittura c’e qualcuno armato di
tavolino, sedie e tutto il necessario per un pic nic in piena regola;
c’é la voglia di gustarsi lo spettacolo in modo molto rilassato,
seppure l’entusiasmo non manca di farsi sentire. Mentre mi aggiro
nella zona riservata all’artigianato (cappelli di paglia, collane,
quadri, anelli, piccole statue in legno e cd dei musicisti che si stanno
esibendo) sento il bisogno irrefrenabile di ritornare al palco gospel,
ma si sta effettuando un cambio ed allora mi fermo al palco jazz dove
risuonano intense composizioni di Duke Ellington e Thelonious Monk.
Evidentemente non é tempo di malinconie crepuscolari per me in questo
pomeriggio di perenne eccitazione ed allora torno alla base dove é gia
pronto John Mooney & Bluesiana. Non so chi sia questo chitarrista
bianco vestito molto elegantemente, accompagnato da un percussionista
dal volto molto simile a John Lee Hooker e dagli altri componenti, basso
e batteria. Ma quando lo vedo imbracciare una grintosissima Fender
Stratocaster ed infilare al mignolo un bottleneck di metallo, comincio
ad avere uno strano presentimento: “Questo tipo mi darà il colpo di
grazia!”. John Mooney
presenta materiale del suo nuovo lavoro, All I want. Sulla
rivista del Festival trovo una sua intervista: “C’e un sacco di roba
del Delta nel mio ultimo cd, sopratutto perché il 2002 é il centenario
della nascita di Son House”. Mooney conobbe Son House quando aveva 16
anni nella città di Ronchester, New York, dove House trascorse i suoi
ultimi anni. “Me lo presentò Joe Beard, un chitarrista del
Mississipi. Quando si parla d’intensità, energia, emozione, wow, Son
House poteva suonare in quel modo per tutta la notte se voleva, le
finestre tremavano nella casa di Joe”. Certo che quello che tira fuori
Mooney dalla sua chitarra farebbe orgoglioso Son House, perché il
chitarrista, anche lui nato artisticamente a New Orleans, ha un tiro
impressionante. La gente lo percepisce immediatamente e l’ultimo
spettacolo della giornata trasforma il Blues Tent in una grande
sala da ballo dove la gente si scatena al ritmo delle sferzanti melodie
della chitarra di John Mooney e della sua band. Lo
spettacolo è veramente inebriante: persone di tutte le età sono lì
per ascoltare grandi musicisti, per ballare, divertirsi, celebrare la
festa della musica, la bellezza della vita, dimenticando almeno per un
po’ le tristezze del mondo. Brani di Son House, Willie Brown, di
Mississipi Sheiks si alternano a tunes scritti dallo stesso
Mooney. La tecnica bottleneck richiama le melodie dei vecchi down-home
blues, ma tutto applicato ad una Fender Stratocaster dalla potenza
esplosiva. Il suo modo di cantare é incisivo e pieno di espressività,
insomma, un grande musicista del Sud. Quando Mooney finisce di suonare,
il festival volge al termine, in qualche palco si continua, ma sono gli
ultimi brani della giornata. Sono passate da poco le 19,00 e la gente
comincia a riversarsi nelle strade del Quartiere Francese dove la serata
sta appena iniziando. Dai centinaia di club già esce la voce di
musicisti sul palco che già dal pomeriggio hanno iniziato la folle
notte di Bourbon Street e d’intorni: camerieri che sotto i porticati
in legno ti invitano ad entrare nei locali, strade affollate da gente
pronta a rituffarsi nel grande parco dei divertimenti fra birre e mille
cocktail, musicisti agli angoli delle strade che si esibiscono armati di
un piccolo amplificatore, ragazzini che si guadagnano qualche soldo
ballando il tip tap, negozi pieni di souvenirs aperti fino all’alba,
dai quali esce musica assordante: é una baraonda senza fine, che ti
stordisce, ti fa sentire vivo, pieno di energia, quella sana follia che
si percepisce in ogni vicolo del celebre French Quarter; fra i
caratteristici café francesi, in mezzo alle numerose
gallerie di quadri, mentre lentamente il grande fiume scorre al fianco
silenziosamente, quasi a sorvegliare la città. Dopo questo grande bagno
di luci e suoni, decido di rifugiarmi nella silenziosa Preservation
Hall: piccola stanza in legno dove un tempo si esibiva Louis
Amstrong ed oggi, ogni sera, per 5 dollari, dalle 20,00 fino a
mezzanotte, puoi assistere a session acustiche del tradizionale jazz di
New Orleans. Mi lascio cullare da brani come St.James Infermery, C’est
Si Bon e la sempre richiesta When The Saints Go Marchin’ In.
Ormai è quasi l’una del mattino quando mi allontano dal French
Quarter per andare a dormire: sono esausto, stordito, soddisfatto, ma la
grande festa durerà fino alle prime luci dell’alba, per poi
riprendere la sera seguente, notte dopo notte, per tutto
l’anno………senza tregua. Questa è New Orleans, sempre fedele a sé
stessa, una città carnale che del divertimento e la musica fa la sua
unica fonte di vita; un luogo dove si respira la storia; certamente, ha
le sue ombre ed anche piuttosto inquietanti (una delle città più
pericolose degli Stati Uniti), ma la gente cerca di non pensarci ed
andare avanti, la musica è la loro ancora di salvezza.
New
Orleans 5 Maggio 2002 |