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esaurito e anche di più: 7500 presenti secondo il botteghino del
Palasport di Firenze per Eric Clapton. Lo special guest con il
compito di dare inizio al concerto è la
band del 33enne chitarrista Doyle Bramhall II, figlio del grande
chitarrista texano che all’inizio degli anni ‘80 nella città di
Austin, insieme a Steve Ray Vaughan ed Albert Collins, contribuì alla
riesplosione del Blues targato Texas. La band del giovane Doyle non
lascia un segno profondo nel pubblico: bravi musicisti, ma niente di più
di qualche brano dalle sfumature vagamente hendrixiane. Alle 21,30, però,
si spengono le luci, un boato invade il Palasport e nella penombra,
solitario, sale sul palco un uomo in jeans e camicia bianca a maniche
corte con una chitarra acustica in mano; un fascio di luce proveniente
dalla zona mixer lo illumina……Eric Clapton è accolto dal pubblico,
in fibrillante attesa per il suo eroe,
con una travolgente ovazione. Dopo quasi dieci anni, Slow Hand torna ad
esibirsi nel capoluogo toscano; allora era in occasione del Journeyman
Tour, oggi, l’apertura della promozione in Italia dell’album di
prossima uscita, Reptile. Un sorriso ed un breve saluto, poi
prende posto su una sedia posta al centro del palco ed imbraccia la sua
Martin: il concerto ha inizio. Mentre la gente ancora applaude
l’ingresso del grande chitarrista inglese, si parte con Key to The
Highway, tradizionale Blues del grande Big Bill Broonzy, riproposto
da Eric Clapton nell’ultimo album Riding with the King in
coppia con un inedito B.B.King alla chitarra acustica. Il pezzo è
eccezionale, arricchito da una tecnica chitarristica che richiama
direttamente alle radici del Blues, Blind Lemon Jefferson, Robert
Johnson; la tecnica finger-picking di Clapton è meravigliosa da
ammirare, ricami ritmici e melodici caratterizzati da una fluidità di
esecuzione che ti lascia in estasi; tutta questa meraviglia artistica si
imprime nella memoria degli spettatori grazie anche ai suggestivi primi
piani proiettati da un grande schermo posizionato alla destra del palco.
L’appassionata interpretazione vocale ci ricorda, se ce ne fosse
ancora bisogno, di essere di fronte ad uno dei figli del Blues. La sua
musica può variare dal Rock al Jazz, dai ritmi caraibici al Gospel, ma
il suo modo di interpretarla è assolutamente, profondamente radicata
nel Blues. La gente accompagna Clapton nella sua esecuzione con un
incessante battito di mani sollevate in aria……. lo spettacolo è già
decollato! Mentre Clapton cambia chitarra, passando ad una semiacustica,
fanno il loro ingresso gli altri musicisti della band: Nathan East al
basso, Steve Gadd alla batteria, Andy Fairweather alla chitarra, David
Sanchious alle tastiere e Paulinho Da Costa alle percussioni. Il secondo
brano è tratto dall’album in uscita a Marzo ed è quello che gli dà
il nome, appunto, Reptile: brano strumentale che spiazza un po’
la platea dato che è un’inaspettata, colorita samba dal sapore
tipicamente sud americano, rivelando un Clapton in cerca di nuovi campi
da esplorare, per niente prigioniero del suo passato. Il concerto
prosegue ancora in un’atmosfera molto unplugged con brani come Tears
in Heaven (accolta con un boato ed interamente cantata dal
pubblico), Bell Bottom Blues e Change the World.
Ascoltando la tenera Tears in Heaven, brano dedicato da Eric a suo
figlio Conor morto tragicamente all’età di quattro anni, non può non
venire in mente le amarezze e i momenti difficili che Clapton ha dovuto
affrontare nella sua vita: non aver mai conosciuto i suoi genitori che
lo abbandonarono appena nato ai nonni, una personalità complessa che
negli anni ‘70 lo rese schiavo dell’alcohol e dell’eroina, le
tragiche scomparse di cari amici come Hendrix, Vaughan, Albert Collins,
Duane Allman, per non parlare del figlio Conor. Il cinquantaseienne
Clapton è una persona oggi che ha chiaramente delle cicatrici profonde
dentro di sé; da tutte le tempeste che il destino gli ha riservato ne
è uscito comunque sempre vivo e questa icona di sopravvissuto gli
permette di cantare e suonare il Blues in modo divino, dove solo
l’anima è ciò che serve, l’anima di coloro che hanno vissuto sulla
propria pelle l’inferno ed hanno avuto la fortuna di risorgere e
rivedere la luce. Tornando allo show, il concerto è ancora alle battute
iniziali ed il Clapton che ammiriamo in questi primi brani dà
l’impressione di non essere ancora entrato nel clima della serata;
esecuzioni, come ho già detto, degne del suo passato glorioso e di un
presente che lo vede senz’altro essere ancora oggi, a distanza di più
di 35 anni di carriera, il miglior chitarrista Blues bianco in
circolazione, ma sembra non sia ancora rilassato sul palco, il suo
approccio ai brani risulta essere forse un po’ cupo, probabilmente è
solo una grande concentrazione. Questa impressione rimane anche nelle
quattro seguenti canzoni, estratte dall’album Pilgrim: Father’s
Eyes, River of Tears, She’s Gone e Going Down
Slow, dove la band riacquista la dimensione elettrica abbandonando
strumenti acustici e atmosfere soft. Il concerto ha una svolta nel
momento in cui Clapton attacca Badge; il pubblico fa sentire il
suo calore in modo ancora più incisivo e il chitarrista londinese
sembra apprezzare particolarmente tale entusiasmo, lasciandosi andare ad
un sorriso di approvazione e gratitudine. Da quel momento, Clapton
comincia a suonare con più serenità e pathos, facendosi trascinare
dall’atmosfera e il feeling fra musicisti e pubblico raggiunge il suo
apice. Sono presentati da Clapton tre brani del nuovo album tra cui
spicca Travelling Light, vecchio pezzo di J.J.Cale, musicista
inglese al quale Clapton ha sempre tributato la sua ammirazione con
numerose cover. Gli assoli di chitarra si susseguono a ripetizione,
senza essere mai scontati, con quella geniale semplicità ed efficacia,
dove la tecnica non è mai fine a se stessa, ma al servizio del
sentimento e dell’espressività. Viene lasciato molto spazio anche al
tastierista David Sanchious, protagonista di assoli di notevole fattura.
Siamo arrivati quasi ad un’ora e mezzo di concerto ed è il momento
del grande Blues, quello d’autore, brani come la raffinata Stormy
Monday di T-Bone Walker, la disperata Sinner’s Prayer di
Lowell Glen, insomma delle pietre miliari del vecchio Blues cittadino
che rendono l’atmosfera incandescente; questa è la prova che il Blues
ha i suoi fedelissimi pure in Italia e se ne rende conto con i suoi
occhi anche Mr.Clapton osservando 7.000 persone che si dimenano
indiavolate al ritmo incalzante della trascinante Hoochie Coochie Man
di Muddy Waters che fa letteralmente esplodere il Palasport. L’ultima
parte è riservata ai pezzi storici che lo hanno reso celebre in tutto
il mondo: cocaine, Wonderful Tonight, Layla,
Sunshine of your Love; un delirio collettivo dopo l’altro senza il
tempo di riprendere fiato. L’ultimo bis è eseguito, così com’era
iniziato il concerto, con un Clapton seduto al centro del palco
accompagnato da tutta la band, anch’essa seduta; il brano è una dolce
e malinconica Over the Rainbow tratta dalla colonna sonora del
film Il Mago di Oz che chiude in un’atmosfera surreale lo show,
durato ben oltre le due ore. Insomma, il concerto è stato un riassunto
della carriera di Slow Hand, dagli anni ’60 dei Cream fino ai giorni
nostri, in un mosaico di generi musicali resi omogenei dalla griff Eric
Clapton ed è questo che emerge dalla serata di Firenze: il gentleman di
Londra è una garanzia assoluta di qualità che dopo 35 anni di carriera
ha finalmente raggiunto la piena maturità. La sua chitarra ha
un’espressività unica, la voce un timbro inconfondibile, la sua
musica è la sintesi di un lungo e travagliato percorso artistico e di
vita, dove la storia del rock inglese si fonde alla tradizione del Blues
del Mississipi: musica bianca, ma con l’anima decisamente nera. Oggi,
tutto questo ha un nome ed un cognome……. Eric Clapton.
Con lui hanno suonato Nathan East al basso, Steve Gadd alla
batteria, Andy Fairweather alla chitarra, David Sanchious alle tastiere
e Paulinho Da Costa alle percussioni.
Firenze
28/02/2001
Scaletta
del concerto:
Key to the Highway
Reptile
Tears in Heaven
Bell Bottom Blues
Change
the World
Father’s Eyes
River of Tears
She’s Gone
Goin Down Slow
Badge
Got on my Mind
Don’t let Me be Lonely
Travelling Light
Hoochie Coochie Man
Stormy Monday
Five Long Years
Cocaine
Wonderful Tonight
Layla
Sunshine of Your Love
Over The Rainbow
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