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Il
Castel San Pietro in Blues, ormai arrivato alla sua ottava edizione, si
svolge nell'omonima località termale a pochi chilometri da Imola. La
cornice è suggestiva: la piazza centrale del piccolo paese racchiude
l'avvenimento in un'atmosfera di assoluta familiarità. Il
primo a salire sul palco è Toni Balocco Trio; formazione essenziale nelle
sue componenti, presenta Tom
"Svirgola" Soardi al basso, Claudio
Jack Perone alla batteria e
il leader della band Toni Balocco alla chitarra e voce. Nato a Novara nel
1962, Toni Balocco (vero nome Luca Andreotti) nasce artisticamente come
pittore, ma alla fine degli anni ’90 scopre il grande Blues rurale e si
dedica anima e corpo alla musica del Mississipi. Nel 2004 esce il suo
album di esordio In Memory of My Father. La scaletta del Trio varia da
celebri cover a interessanti blues di propria composizione: il sound della
band è genuino, molto istintivo e riesce a raggiungere un sound solido e
compatto. Non ci sono spazi dedicati a virtuosismi oppure lunghi assoli
strumentali, ma è evidente la ricerca di creare atmosfera e comunicare energia.
Il momento che più ci colpisce della performance di questa prima
esibizione è il brano Last Night, dove emerge l’espressività della
voce di Toni Balocco, capace di bellissime e coraggiose sfumature,
nonostante sia supportato esclusivamente da un essenziale pattern di
basso: Last Night riempie immediatamente l’accogliente piazza centrale
di Castel San Pietro di una struggente atmosfera che rende giustizia alla
sentita dedica della band ad un amico recentemente scomparso; le sferzate
del bottleneck proveniente dalla Telecaster di Balocco ci trascinano sulle
colline desolate del Mississipi in un misto di malinconia e disperata
voglia di speranza. E’ davvero incredibile che tipo di emozioni un
semplice pezzo di ferro trascinato sulle corde di una chitarra possa
creare! Gli altri brani sono la celebre Corinne, coraggiose
versioni di due pietre miliari del Blues del Delta come Malted Milk e
Kind
Hearted Woman di Robert Johnson e la strumentale I Can’t Fly in
Louisiana dello stesso Balocco. Fra le cose che ci hanno più colpito di
questo interessante trio sono sicuramente i brani composti dalla band che
danno quell’originalità alla performance che non emerge con efficacia
negli arrangiamenti delle cover; altra nota positiva è sicuramente la
potenza e la sensibilità della voce del leader che arriva alla gente e
innesca quel feeling fra chi sta sul palco e pubblico che troppo spesso
manca in numerose blues band italiane molto più interessate a curare
l’aspetto tecnico dell’esecuzione che la capacità di trasmettere
emozioni. Dopo un’ora abbondante termina l’esibizione del Toni Balocco
Trio e l’applauso convinto del pubblico è la conferma della qualità
del Blues presentato da questa band degna di attenzione nel panorama
nazionale. Pochi minuti di pausa e il palco è già pronto per il secondo
set della serata che vede protagonista John Mooney, un’incredibile
bluesman targato New Orleans. Anche se non molto conosciuto in Europa, Mooney
ha già alle spalle una carriera più che ventennale con collaborazioni di
grande prestigio fra cui spicca la presenza di Dr. John nel suo album Gone
To Hell del 2000. Presenza stabile in tutti i più prestigiosi blues
festival statunitensi, John Mooney arriva a Castel San Pietro senza la sua
Bluesiana Band, esibendosi come one-man-band in un repertorio pieno dei
leggendari blues del Delta: Son House, Fred McDowell, Sleepy John Estes,
Blind Willie Johnson, insomma tutta la tradizione del profondo Mississipi.
Lo spettacolo di Mooney è veramente grandioso, da solo seduto in mezzo al
palco, mentre si accompagna con il ritmo del piede, ci riporta indietro
nel tempo con uno stile alla chitarra molto istintivo, in cui a melodie
eseguite con il bottleneck si incrociano ritmi incalzanti che non
conoscono un attimo di tregua. Anche il modo in cui canta questi blues
centenari, mostrano la sua assoluta padronanza delle melodie e
un’intensità che non viene mai meno. Non ci vuole molto tempo per
ipnotizzare il pubblico di fronte alla bellissima performance di John
Mooney che trova il tempo di parlare anche della sua città, New Orleans,
introducendo il brano Sacred Ground che racconta di un luogo
misterioso lungo
le rive del Mississipi, dove spesso vengono svolte strane cerimonie. La
scaletta dei brani termina proprio con quest’ultima esecuzione dopo
oltre un’ora di viaggio attraverso le piantagioni del caldo Sud degli
Stati Uniti. Il pubblico riserva a John Mooney un’ovazione, consapevole
del fatto che non è di tutti i giorni assistere all’esibizione di un
musicista di questo livello. Mentre
alcuni tecnici preparano il palco per il prossimo set, la gente si rilassa
bevendo una birra, altri assiepano il backstage nel tentativo di farsi
firmare da John Mooney i loro cd, altri ancora si fermano davanti allo
stand delle bellissime chitarre National esposte a fianco del palco.
L’atmosfera è molto rilassante e nonostante il San Pietro Blues sia
attualmente un festival dalle ridotte dimensioni che non ambisce a riunire
migliaia di spettatori, vogliamo fare i nostri complimenti
all’organizzazione che ha saputo garantire, sia una programmazione di altissimo livello, sia una qualità di suono e acustica
perfetta all’avvenimento, che non sempre è presente anche in festival di maggiore richiamo, a testimonianza di un rispetto per
il pubblico e per i musicisti che si esibiscono. Intanto tutto è pronto
per l’ingresso sul palco di Bill Perry e la sua Blues Band. Già
blasonato chitarrista di Richie Havens, Rick Danko e Garth Hudson (The
Band), Bill Perry esordisce discograficamente nel 1996 per la
Virgin-Pointblank con il
sorprendente Love Scars, replicato alcuni anno dopo, nel 1998,
e sempre per la prestigiosa Major da Greycourt Lightning. Dopo
la permanenza alla Virgin,
Perry ritorna alla sua dimensione più naturale incidendo per la storica
blues label Blind Pig Records ben cinque album in sei anni. Lo
show di Bill Perry è una sintesi di tutta la tradizione Rock-blues degli
anni ’60 con brani di Jimi Hendrix, Albert Collins, B.B.King, Santana,
Buddy Guy. La voce è sporca e piena di energia, il sound è aggressivo, i
brani incisivi e di sicuro impatto, insomma, da vero rocker pieno della
sua essenza blues. Bill Perry appartiene alla scena blues new yorkese a
cui è legato anche il nome dello straordinario chitarrista Popa Chubby
che, fra l’altro, è il produttore dell’ultimo album dello stesso
Perry. I musicisti che accompagnano Bill Perry sono ragazzi molto giovani
ed è sicuramente un elemento di ulteriore freschezza e entusiasmo al
sound complessivo della band. Bill Perry ci sa sicuramente fare anche con
il pubblico, cercando di coinvolgerlo allo spettacolo con incitamenti e
richiesta di cori. La gente si diverte e si vede in quanti si sono
avvicinati al palco per cercare il contatto con il grintosissimo
chitarrista. Il suo spettacolo dura quasi un’ora e mezzo anche grazie ad
un pubblico mai stanco di nuovi pezzi, richiamando più volte i musicisti
sul palco. Gli ultimi due brani sono la sconvolgente Voodoo Chile (ogni
commento sarebbe superfluo) e la leggendaria Dust My Broom di Robert
Johnson in una versione molto più simile a quella resa celebre da Elmore
James. Il
San Pietro Blues Festival chiude la sua prima serata verso mezzanotte e
mezzo ed è stata veramente una gran bella maratona piena di bellissima
musica. Un ringraziamento all’organizzazione per aver consolidato la serie di manifestazioni dedicate al Blues nel nostro paese,
ma soprattutto per aver contribuito a dare dignità a questo splendito
genere musicale con la presenza di fantastici musicisti che gli hanno reso
giustizia con il loro talento.
Castel
San Pietro,
29/05/2004. |