Freddie Christian nacque il 3 Settembre del 1934 nella piccola città di Gilmer, a nord-est del grande Stato del Texas, fra Dallas e Shreveport. Figlio più giovane in una famiglia di raccoglitori di cotone, fu proprio passando le sue giornate curvo nelle piantagioni che riuscì, all’età di sei anni, a risparmiare dei soldi per comprarsi una chitarra. L’amico d’infanzia, Benny Turner, ricorda: “Comprò un bellissimo modello Roy Roger, anche se poi in casa c’erano ovunque chitarre, visto che sua madre e lo zio erano dei bravissimi chitarristi”. Cominciò a trascorrere le giornate ascoltando tantissima musica ed il suo idolo era il sassofonista jazz, Louis broad grin Jordan. “Ascoltavo un programma radiofonico chiamato In the Groove; quel Louis Jordan mi affascinava tremendamente, lo ascoltavo e cercavo di riportare sulla chitarra quello che lui riusciva a tirare fuori soffiando nel sassofono”. Nell’inverno del ’49 la sua famiglia  fu costretta per motivi economici a lasciare il Texas per trasferirsi a Chicago, dove il giovane Freddie trovò da lavorare in un piccolo mulino, senza rinunciare alla sua passione per la chitarra che lo portava a guardare con gran curiosità ed ammirazione alla scena Blues chicagoniana che in quel periodo era nel pieno della sua esplosione. “Muddy Waters era solito cercare di farmi sgattaiolare nei locali dove suonava, non avevo ancora raggiunto la maggiore età e mi era vietato entrare. Poi tornavo a casa e provavo a suonare quello che avevo ascoltato per tutta la sera”. Jimmy Roger, chitarrista della band di Muddy Waters, fu forse il chitarrista che più influenzò il suo stile. All’inizio degli anni cinquanta era uno dei tanti ragazzini rissosi che andavano in giro per il quartiere nero con una chitarra in mano e già da giovane imparò a convivere con la forte competizione che esisteva a Chicago fra i musicisti per aggiudicarsi un ingaggio in qualche club della città; suo fratello ricorda: “ La sua giornata comprendeva tre sole cose: svegliarsi, suonare e andare al Bar”. Quando conobbe Jimmy Lee Robinson, altro chitarrista squattrinato del quartiere dove viveva, decisero di formare una band per suonare nei vari club della zona; a loro in seguito si unì il batterista Sonny Scott. In qualche modo riuscirono a raccogliere l’attrezzatura per esibirsi dal vivo e cominciarono a suonare in locali famosi da quelle parti come il Bebop Bar e questo continuò per più di un anno. In un’intervista, Freddie King ricorda quei tempi spensierati: “ Quando entravamo nel locale, qualcuno raccomandava di nascondere le ragazze e lo scotch, eravamo spietati! (grande risata) ”. Dopo un po’ di tempo, gli fu proposto dalla El-Bee Records di registrare alcuni brani tra cui “Country Boy” e “That’s What You Think”. Fu in quel periodo che decise di adottare lo pseudonimo King al posto del suo cognome Christian, questo perché era un grande ammiratore di B.B.King e perché gli sembrava un soprannome adatto per il suo modo di porsi sul palco. Questa scelta però non lo favorì quando si presentò ad un’audizione per la Chess Records: Leonard Chess ritenne che il suo modo di cantare fosse molto simile a B.B.King e lo scartò. Fu una grande delusione per Freddie, ma fortunatamente per lui poco dopo la King Records gli propose un contratto; nell’estate del ’60 si trasferì a Cincinnati per registrare due brani che sarebbero diventati due classici del suo repertorio, “Have You Ever Loved A Woman” e la strumentale “Hide Away”. Un anno dopo, “Hide Away” era al quinto posto della classifica Rythm and Blues della rivista musicale Billboard. Il suo manager gli comprò un bellissimo furgone per la promozione con sopra scritto in sgargianti colori “ Freddie King is in Town”. Nei seguenti sei anni registrò 77 canzoni che scalarono con una certa regolarità le classifiche arrivando per sei volte al primo posto. La vita on the road proseguiva senza interruzioni con numerosissimi concerti, in particolare, a raduni universitari e feste private. Freddie King apriva gli orecchi dei ragazzi bianchi al Blues con grandi brani strumentali molto ballabili e poi li stordiva e colpiva con travolgenti assoli di chitarra. Il momento magico s’interruppe nel ’67, quando rimase privo di un contratto discografico che lo  costrinse ad intensificare i concerti, trascorrendo lunghi periodi di faticosa attività live in Texas ed Oklahoma. Il suo umore ne risentì molto, anche se sul palco dimenticava tutti i problemi e sfoderava esibizioni caratterizzate da un’energia unica; Jimmy Vaughan ricorda: “Non ho mai ascoltato più nessuno, dopo Freddie King, che suonasse con un’energia così devastante la chitarra elettrica….. impressionante”. Mike Kennedy, batterista, racconta: “Il suo amplificatore era di solito posizionato vicino alla batteria, il volume era così alto che a momenti perdevo l’equilibrio, eppure mi dava quella marcia in più”. Lui descriveva in un’intervista il proprio stile in questo modo: “ Il mio segreto è nel polso e nelle dita. Regolo il tono della mia chitarra con il palmo della mano. Molti giovani chitarristi fanno un gran baccano credendo sia il modo di tirare fuori l’anima dalla chitarra; io posiziono il volume a dieci eppure non faccio tutta la loro confusione”.  A metà anni sessanta l’impatto che  ebbe nei confronti dei musicisti Blues inglesi sfiorava una sorta di mistica venerazione: Led Zeppelin, John Mayall, Eric Clapton, Peter Green, Jeff Beck, Mick Taylor registravano cover del chitarrista, per nascita e per stile, del Texas. Nel 1970 Freddie King firmò un nuovo contratto discografico per la Shelter Records che lo portò ad esibirsi in infiniti tour europei per alcuni anni. La sua carriera riprese ad altissimi livelli, i tempi bui erano passati ed anche fuori dal palco Freddie sembrava un’altra persona, più affabile e socievole, cercando di ridurre il consumo di liquori, passione che non lo aveva mai abbandonato in tutti questi anni. Dopo tre album con la Shelter, firmò un contratto per la RSO che coronò un periodo di piena ascesa della carriera, la sua fama si era ormai diffusa sia negli Stati Uniti sia in Europa. Ma il giorno di Natale del 1976  si esibì a Dallas in quello che fu il suo ultimo concerto, infatti, pochi giorni dopo, all’età di 42 anni, morì prematuramente; Jack Calmes, suo manager, ricorda quei tragici giorni: “Non doveva morire così giovane, era grande e grosso, certamente gli piaceva bere, ma aveva ancora tanti giorni davanti a lui. Un calcolo al pancreas gli procurò la fuoriuscita del liquido pancreale che lo uccise; probabilmente se fosse stato operato d’urgenza appena arrivato all’ospedale, sarebbe ancora fra noi”. Quello che lo differenziava da molti chitarristi era che quest’ultimi facevano centinaia di note durante un assolo e pensavano che questo significasse essere grandi chitarristi, invece Freddie saliva sul palco, faceva due note e li “uccideva” tutti! Non capivano che non è quante note riesci a suonare, ma cosa sai fare con queste che ti rende unico e Freddie “Texas Cannonball” King lo sapeva come nessun' altro.

David Hickey (tour manager di Freddie King negli anni ’70): “Sia sul palco sia su un tavolo da poker, solo i pazzi lo potevano sfidare. Freddie amava giocare a carte, adorava la sfida ed era in grado di fregare chiunque, nessuno riusciva a scoprire i suoi bluff”.

David Hickey: “Era sempre al centro dell’attenzione in qualsiasi situazione, sul palco, con amici o semplicemente passeggiando. Amava attirare l’attenzione su di sé, sempre e comunque”.

Eric Clapton: “ Freddie King è il musicista più stimolante sul palco con cui abbia mai suonato; ti faceva sentire a tuo agio e poi improvvisamente ti distruggeva in mille pezzi! Era una canaglia”.

Freddie King: “Quando salgo sul palco, gli altri chitarristi cominciano a tremare”.

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