Eric Patrick Clapp nasce il 30 Marzo del 1945 a Ripley, Inghilterra. La vita del piccolo Eric non inizia nei modi migliori: a cominciare dalla fuga del padre, che non ha mai conosciuto (un soldato canadese che nel 1944 mise incinta la giovanissima madre tornandosene in patria senza neanche salutare), per proseguire con una fanciullezza anomala, cresciuto con i nonni che crede genitori incontrando la mamma solo a undici anni scambiandola dapprima per la sorella: “..quando giocavo con mio figlio vedevo nei suoi occhi quello che io non ero riuscito a vedere da bambino, ossia, la gioia di giocare col proprio padre; sono momenti che valgono una vita….” (intervista rilasciata nel 1998). La primissima chitarra gli fu regalata dai nonni per il suo tredicesimo compleanno: era una Hoyer acustica con corde di metallo. Purtroppo, il piccolo Eric non riusciva a suonarla nonostante i molti tentativi, anche perché le corde erano molto grosse per lui e subito l’abbandonò. Poco dopo riuscì a convincere i nonni a farsene comprare un’altra, però questa volta una Kay elettrica e tutto sembrava molto più semplice. Cominciò ad ascoltare Muddy Waters, Big Bill Broonzy con alcuni amici dell’Art College di Londra che poi sarebbero diventati i futuri Yardbirds: “..qualsiasi tipo di musica soul era molto rara all’epoca. Un pezzo di Bo Diddley o di Chuck Berry mi mandava in estasi. Quando ho sentito cosa c’era dietro, cioè, quello era solo la facciata di ciò che ho scoperto in seguito e che aveva dato vita a questo; i vari Muddy Waters, Robert Johnson, i canti popolari. Mi si aprirono nuovi orizzonti, tutto questo mi colpì emotivamente moltissimo, ma c’era qualcosa di molto più profondo che non riesco a definire e forse non riuscirò mai a farlo”. All’inizio degli anni ’60 con il boom del British Blues raggiungono il successo gli Yardbirds di cui Clapton ne era il chitarrista: “..incominciavano ad arrivare i primi soldi che regolarmente spendevo in vestiti e chitarre. La band iniziò come Blues Band, ma poi cominciammo progressivamente ad avvicinarci al pop. All’epoca il mio stile somigliava moltissimo a quello di Chuck Berry, ma già iniziavo a scoprire l’universo del Blues, passavo le giornate ad ascoltare i dischi di Freddie King, Muddy Waters, B.B.King. Addirittura rifiutavo di parlare di musica con qualcuno che non avesse mai ascoltato Robert Johnson. Con il successo di vendite negli Stati Uniti, gli Yardbirds ebbero la possibilità di collaborare con Howling Wolf, Sonny Boy Williamson e Muddy Waters: “….ricordo quanto fu traumatica l’esperienza con Howling Wolf. Noi eravamo tutti ragazzi pieni di ideali e sogni; beh, Howling Wolf ci distrusse da questo punto di vista. Era un personaggio molto scorbutico che non accettava nessun tipo di collaborazione e consiglio da dei ragazzini bianchi come noi. Si doveva fare come diceva lui oppure non se ne faceva niente. Ricordo che dopo il primo giorno di prove gli altri membri del gruppo volevano mollare tutto. Ma io non ci rinunciai così facilmente ed il giorno dopo mi ripresentai alle prove….fui l’unico! Ma da quel giorno tutto cominciò a filare per il verso giusto ed il progetto andò in porto. Mentre con Waters fu completamente diverso. Era una persona gentilissima e affabile; quando suonai con lui la prima volta mi sentii veramente uno stupido, perché ero un bambino che voleva suonare con un uomo. E che uomo!”. Finita l’esperienza con gli Yardbirds, John Mayall chiamò Clapton a far parte della sua band, The Bluesbreakers: “Alla fine del primo anno, la mia band era veramente affiata, ma c’era un solo chitarrista in Inghilterra che poteva veramente suonare il Blues e quello era Eric Clapton. C’era qualcosa di straordinario che mi colpiva in lui. Aveva una tale maestria e feeling per avere quella giovane età che era veramente sorprendente, anzi, a dire la verità inquietante!!!”. L’esperienza con i Bluesbreakers di John Mayall però durò solo pochi mesi: “….dipese dalla mia congenita inaffidabilità, dalla mia irresponsabilità come uomo e artista; a volte arrivavo in ritardo alle session o non mi presentavo addirittura sul palco. Fu per questo che Mayall chiamò Peter Green. John era un serio professionista e certe cose davvero non le sopportava. L’insubordinazione era punita con il licenziamento immediato (ride)”. Dopo questa breve esperienza, Clapton inizià l’avventura con i Cream: “Senza i Cream, ora mi macherebbero le fondamenta artistiche. Quell’esperienza l’ho sempre considerata un glorioso sbaglio. Avevo un’idea del tutto diversa di ciò che sarebbe dovuto diventare e, a cose fatte, tutto andò in altra direzione. L’idea era quella di formare un Blues trio e in parte fu così, ma all’interno della band Jack e Ginger erano le teste pensanti, i dominatori della scena mentre io ero quello che eseguiva gli ordini, che metteva in pratica le idee. Seguivo insomma la corrente e la cosa mi divertiva pure, ma non era ciò che avevo sperato e desiderato”. Era il 1968 e sui muri di Londra compariva la scritta Clapton is God: “ Alcuni amici mi hanno mostrato delle foto in cui era ritratto anche un cane che faceva la pipì su quel muro; è questo particolare che me l’ha resa simpatica, accettabile, demitizzante”. Così, dopo un anno e mezzo circa, la band si scioglie e Clapton darà vita a nuove band come Blind Faith prima e Derek and the Dominos dopo con alterne fortune. Siamo nel 1970 e nella vita di Clapton entrano a far parte le droghe pesanti che lo riducono progressivamente ad un isterico: “..in quel periodo l’uso di droghe pesanti era molto comune fra la gente di spettacolo; volevo entrare in quel tunnel per riuscire a vedere la luce alla fine del cammino. Ma tutto mi sfuggì di mano a causa di un equilibrio emotivo molto precario, in quei mesi vidi morire molti miei amici, Jimi Hendrix, Duane Allman e tanti altri; decisi di chiudermi in casa senza vedere più nessuno consumando eroina in quantità notevoli. Rifiutavo il mondo esterno e tutto questo durò per alcuni mesi”. Clapton sparì dalla scena per un paio di anni, fino a quando non fosse stato in grado di…..tornare sulla terra. Il 13 Gennaio del 1973 rappresenta il ritorno di Slow Hand (soprannome affibbiatogli ai tempi degli Yardbirds), con un concerto al Rainbow Theater di Londra. Negli anni seguenti Clapton fece uscire una serie di album che riscossero un grande successo: 461 Ocean Boulevard (1974), There’s One in Every Crowd (1975), il live E.C.Was Here (1975), No Reason to Cry (1976), Slowhand (1977), Backless (1978), un secondo album live Just One Night (1980), Another Ticket (1981). I brani che raggiunsero la vetta delle classifiche negli anni settanta furono numerosi, tra i quali Cocaine, After Midnight, Lay Down Sally, Wonderful Tonight, Promises, I Can’t Stand It. Insieme al successo arrivarono anche altri guai per Clapton: una notte fu colpito da un attacco di ulcera che gli aveva quasi perforato un rene a causa di un’ormai dipendenza cronica dall’alcol. Quella notte rischiò di morire, ma per l’ennesima volta ne uscì miracolosamente vivo. Gli anni ottanta lo videro ancora sulla cresta dell’onda con una serie di album che però non riscossero un grande consenso fra il pubblico tra i quali ricordiamo Money and Cigarettes (1983), Behind the Sun (1985) e August (1986). Molti cominciarono a chiedersi se la parabola creativa di Slow Hand fosse ormai in fase discendente. Nel 1989 esce dopo quasi cinque anni di silenzio un album di materiale inedito, Journeyman, con un discreto riscontro, ma niente che ricordasse i meravigliosi fasti del passato. Il 1991 fu un anno pieno di gioie, ma soprattutto dolori per Clapton: innanzitutto inanellò 24 serate consecutive alla Royal Albert Hall, battendo il record precedente di Elton John. 24 Nights divenne poi un doppio album Live che rilanciò alla grande il chitarrista inglese. Il dramma nella vita Clapton arrivò subito dopo con la morte del figlio Conor di quattro anni, morto tragicamente precipitando dall’appartamento della madre in un grattacielo di New York. La sofferenza fu tremenda: “…..il mio cuore gridava dolore allo stato puro, la sofferenza era insopportabile, ero protagonista della più grande tragedia che può colpire un uomo, un padre. In certi momenti ci si aggrappa alla cosa che conta di più, capace di darti una ragione per continuare quando vorresti solo lasciarti andare. Per me la musica è sempre stata un sostegno ideale, mi accompagna da quasi 50 anni senza mai tradirmi”. Nel Marzo del 1992, Clapton registra un concerto per MTV Unplugged che una volta pubblicato divenne il più grande successo di vendite nella carriera di Slow Hand ed infatti, alla serata MTV Gramy Awards che riuniva i migliori artisti del 1992 fu premiato con una serie impressionante di riconoscimenti: “…MTV Unplugged fu una bellissima opportunità per suonare ed incidere brani che ho da sempre suonato a casa in salotto, ma mai in pubblico. Fui sorpreso dei premi, perché a dir poco lo consideravo un album grezzo. Forse è stato un premio all’uomo più che all’artista e di questo ringrazio tutti. La cosa importante è non prendersi troppo sul serio; è sempre pericoloso”. Due anni dopo, Clapton esce con un album di cover di classici Blues, From The Cradle, ed ancora risulta essere un grande successo artistico e di vendite: “….il significato di quest’album credo che sia in questa musica che io faccio; è la cosa a cui mi sono rivolto, che mi ha ispirato, che mi ha confortato quando avevo problemi o casini nella mia vita. Ho sempre avuto questo luogo incredibilmente sicuro in cui rifugiarmi, il Blues. Questo è il primo testamento che ho mai realizzato da solo; è spaventoso, ma allo stesso tempo era ora, sono in ritardo”. Dopo un lungo tour mondiale, Clapton si dedica ad un progetto a cui tiene moltissimo, ossia, la realizzazione di una clinica per alcolisti e tossicodipendenti ad Antigua, nei Caraibi: “Preciso subito che non si rivolgerà solo a Vip e Rockstar, ma aiuterà la povera gente vittima del crack o schiava dell’alcol. L’ho battezzata “Crossroads Antigua”, riferendomi sia al brano che incisi con i Cream che al significato della parola (crocevia, incrocio) cioè all’incontro con alcol e droghe. La musica è importante, ma lo è forse di più aiutare la gente, sorreggere chi sta cadendo, rialzare chi è al tappeto”. Nel 1998 esce il nuovo album di Clapton, Pilgrim: “……questo album non è solare, allegro, anzi, è venato di tristezza, persino cupo in certi passaggi, e la musica rispecchia tale stato d’animo. In parte è colpa del mio carattere, mi sono sempre sentito meglio ascoltando musica triste; mi mette a mio agio, è confortevole e rilassante. E stavolta, forse un po’ egoisticamente, volevo fare un disco che accontentasse me per primo”. Altro lunghissimo tour mondiale, e di nuovo al lavoro per una collaborazione d’eccezione, l’album s’intitola Riding with the King ed esce nell’estate del 2000, dove Clapton duetta con l’amico di lunga data B.B.King. L’anno successivo esce Reptile, ultima fatica di Slow Hand, a cui segue ancora una volta un lunghissimo tour promozionale, durante il quale Clapton annuncia che non si esibirà più in questi estenuanti giri del mondo, ma si limiterà a brevi tour meno proficui sotto il profilo economico, ma sicuramente più rilassanti. Il gentleman di Londra è una garanzia assoluta di qualità che dopo 40 anni di carriera ha finalmente raggiunto la piena maturità. La sua chitarra ha un’espressività unica, la voce un timbro inconfondibile, la sua musica è la sintesi di un lungo e travagliato percorso artistico e di vita, dove la storia del rock inglese si fonde alla tradizione del Blues del Mississipi: musica bianca, ma con l’anima decisamente nera. Oggi, tutto questo ha un nome ed un cognome……. Eric Clapton.

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