"....a tredici
anni mi sentivo con le spalle al muro"
Leggendo
la carriera di Eric Clapton si avverte la sensazione che parallelamente
ai successi, allo star-system, alla figura del Guitar Hero, una sorta
di continuo e tormentato processo mentale lo spingesse ogni volta
lontano dalle luci della ribalta: lascio' gli Yardbirds al top della
loro fama, abbandono' i Bluesbreakers di John Mayall dopo il clamoroso
trionfo mondiale dello storico album Steppin'Out. I Cream raggiunsero
nell'Agosto del 1968 il primo posto delle classifiche americane con
l'album Wheels Of Fire, ma lui decise di mollare tutto. Gli anni Settanta
furono anni distruttivi nella sua vita privata, ma la creativita'
non venne mai meno, seppur rischio' di rimanere vittima di droga e
alcol. Il rock-pop degli anni Ottanta con Phil Collins, per poi tornare
alle forme piu' pure del Blues negli anni Novanta, riprendendo la
strada interrotta 25 anni prima quando decise di lasciare John Mayall.
Cerchiamo di capire attraverso le sue parole come la musica per Eric
Clapton abbia sempre avuto un valore spirituale profondo, spesso doloroso,
che si scontrava con le gabbie del successo e della fama. Partiamo
con la prima chitarra, le prime band al liceo, i primi anni Sessanta ..gli
Yardbirds!!!
"Fin da piccolo, come in tutte le famiglie inglesi degli anni
Cinquanta si ascoltava la radio durante il pranzo della Domenica,
ma anche il Sabato mattina con mio zio Mack ascoltavamo alcuni programmi
di musica Jazz: swing, Benny Goodman, Glenn Miller, Stan Kenton,
Harry James. Quello che successe in seguito, e' che cominciai ad
andare a comprare dischi in qualche negozietto delle mie parti che
importava musica dagli Stati Uniti. Cominciai dal rock and roll
di Elvis Presley, Chuck Berry, Little Richard, Bo Diddley. Inizialmente
pensavo che tutti fossero musicisti bianchi, poi capii che non era
affatto cosi'. Dietro di loro c'erano i vari John Lee Hooker, Big
Bill Broonzy, Robert Johnson, Son House, Charley Patton, una tradizione
che affondava le sue radici nel Gospel, gli Spiritual, le Chain-gang,
i canti degli schiavi. Il mio fu un percorso a ritroso che mosse
qualcosa dentro di me, qualcosa di inspiegabile. Mio zio Mack era
un armonicista, un gran bevitore, molto eccentrico e si interessava
a tutto: scienze, filosofia, letteratura. Mi insegno' ad ascoltare
la musica, cosa cercare in essa e sentirla dentro. Fu fondamentale
nel formare i miei gusti musicali. Verso i tredici anni, come la
maggior parte dei miei amici che amavano la musica, mi sentivo con
le spalle al muro e il Blues era il miglior modo possibile di sopravvivere
con dignita', coraggio e orgoglio. Mi affascinava tremendamente
il fatto che il blues-man era solo, libero da ogni compromesso,
con la sua chitarra contro il mondo: nessuna band, nessuna compagnia.
Un individuo che non aveva altre alternative se non quella di cantare
e suonare per alleviare le sue malinconie. Mi identificavo in quell'immagine
fin da ragazzino, c'era qualcosa di magico e mistico che mi attraeva.
Ricordo un tipo, Long John Baldry che suonava la sua chitarra 12
corde a Brighton Beach. Mi estasiava osservarlo. Ma come lui ce
n'erano molti altri e ogni volta avevo la stessa sensazione, lo
stesso coinvolgimento emotivo".